Le nuove sfide educative della pandemia viste con gli occhi di nostri esploratori e guide

Nella prima fase della pandemia la scuola e le realtà educative sono state messe in secondo piano dalle istituzioni per combattere il virus nella sua fase più drammatica. È una dinamica che, condivisibile o meno, ha avuto la sua logica in un periodo di emergenza a cui nessuno – tantomeno lo stato – avrebbe mai immaginato di dover rispondere in modo così celere, al fine di evitare il collasso del Sistema Sanitario Nazionale e limitare il numero dei morti. In quel periodo, per circa 3 mesi, i ragazzi e le ragazze, i bambini e le bambine, dalla prima elementare fino al liceo, ma anche all’università, sono stati costretti a fare ricorso alla didattica a distanza.

I problemi materiali di questa nuova modalità sono riconducibili al divario digitale, alla mancanza di strumenti e tecnologie adeguate, alla povertà di chi non può permettersi computer, tablet o connessioni; ma, al di là degli strumenti, il problema maggiore è forse quello legato alla gestione degli spazi in casa e soprattutto alla mancanza di socialità tra pari. Abbiamo visto tutti le difficoltà di gestione della DAD legate questi problemi di ordine materiale, ma rispetto ai problemi sociali e psicologici?

Alla fine del primo lockdown, quando in estate è stato possibile riavviare le attività educative, gli incontri privati e le occasioni sociali, noi educatori ci siamo resi conto di quanto la non socialità abbia influito e cambiato le vite dei nostri ragazzi in negativo, soprattutto a ridosso di giugno. Ne erano una testimonianza le loro difficoltà e le loro ansie, ma anche la loro gioia nel ritrovarsi. Nel solco di questo contesto voglio riportare un’attività fatta sabato 14 novembre nel gruppo scout AGESCI Livorno 10, il giorno prima che la Toscana divenisse zona rossa, dunque alla vigilia di un nuovo lockdown. Il senso è quello di conoscere cosa sta passando per la testa dei nostri ragazzi e ragazze, al fine di interrogarci come educatori o come genitori.

Il Reparto è certamente l’unità che abbraccia un maggior numero di età: si va dai ragazzi in prima media (11-12 anni) fino a quelli di seconda superiore (15-16), la fascia dunque che va dalla fine della pre-adolescenza fino alla piena adolescenza, due fasi della crescita cruciali per la formazione dell’identità dell’individuo. Il Reparto TNT-Ghibli, così come il Reparto Meloria-Rosa dei Venti del Livorno 10, ha affrontato sabato 14 novembre il primo momento di un itinerario di catechesi che partiva da una semplice domanda:

La tua realtà attuale, di adesso, quali sfide ti propone?”

Dopo una riflessione di squadriglia, attraverso il brano di Geremia 20, 7-9 – “mi hai sedotto Signore e mi sono lasciato sedurre” -, i ragazzi hanno discusso ed elaborato le proprie risposte, e con nostra grande sorpresa ci siamo lasciati stupire e interrogare da quanto emerso, che potremo riassumere con:

Vivere secondo le nuove regole per contrastare il covid-19; la scuola a distanza; non darsi mai per vinti; organizzarsi con gli impegni scolastici e non; rimanere a casa senza poter uscire e vedere i nostri amici/fidanzati; se stessi; non poter abbracciare i nostri amici; dover studiare maggiormente rispetto agli anni scorsi; portare la mascherina (non siamo abituati ed è una cosa nuova per tutti); il cambio dei rapporti con le persone; la lontananza degli amici; non fare le attività scout; non fare nessuno sport; gli esami di terza media.”

Certamente la stessa domanda posta a novembre 2019 avrebbe avuto risposte diverse e più “ideali”, che sarebbero potute essere “la pace nel mondo, la fame nel mondo, un ambiente migliore”, e così via. Mentre quel che ci ha sorpreso come educatori è il fatto che oggi i ragazzi, soprattutto a causa del periodo che stiamo vivendo, pensano in modo concreto, dando un maggior risalto a se stessi, a ciò che li circonda direttamente e a cose che sicuramente in tempi passati non avrebbero pensato.

Tra questi risaltano particolarmente la difficoltà a vivere una dimensione comunitaria o che vada oltre l’io e il mondo strettamente attorno a loro, ma soprattutto la paura di non riuscire a stringere legami forti di amicizia, legami che maturano per lo più a scuola, secondo loro. Inoltre è emerso il fatto che cerchino di affrontare la mancanza di trovarsi, salutare o abbracciare i propri amici, il non potersi vedere a scuola, non poter partecipare agli allenamenti e accettare, nella peggiore delle ipotesi, il non vedersi agli scout.

Tutto ciò, espresso in modo chiaro e unanime dai ragazzi e dalle ragazze, pone degli interrogativi educativi nuovi e di non poco conto. Se fino a un anno fa ci si interrogava su un mondo giovanile e un modo di vivere la vita di un certo tipo e con certe sfide associate, adesso quel mondo è cambiato, e in poco tempo non esiste più, cambiano le domande dei ragazzi, cambiano le loro esigenze, cambia la scuola, e di pari passo, cambiano anche le sfide educative del presente, ma le domande esistenziali restano le stesse, e riguardano, seppur sotto nuove forme, quel bisogno di prossimità, di affetto e di realizzazione.

Di fronte a questo nuovo quadro sociale giovanile sarà essenziale per l’AGESCI, per tutta la Chiesa e per le realtà educative laiche, interrogarsi, rileggere i propri strumenti metodologici, progettare e proporre nuove risposte alle sfide educative della pandemia, nel solco di quell’alleanza educativa globale di cui Papa Francesco ha parlato nelle sue ultime encicliche in materia sociale.

Simone Bacci, Livorno 10

Gli articoli della sezione “La parola ai Capi” sono opinioni personali dei singoli autori. Non rappresentano la voce di Pe né di AGESCI.

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