“Tutto quello che abbiamo visto non riguarda soltanto i ragazzi e le ragazze che accompagniamo. Riguarda anche noi. Il nostro modo di esserci, di guardare, di educare. E riguarda l’Associazione e la formazione degli adulti che si assumono questa responsabilità”, così Michela Serena Abati, Iacopo Portaccio e p. Diego Mattei sj, Incaricati e Assistente nazionale di Branca E/G aprono la domenica mattina, giornata conclusiva del Convegno.
La scelta è stata quella di iniziare la mattina ascoltando Gino Cecchettin: “una voce che, in questi anni ha scelto di trasformare un’esperienza personale dolorosa in un impegno pubblico sull’educazione, sulle relazioni e sulla responsabilità degli adulti”. Gino Cecchettin è insieme ai figli Elena e Davide, membro fondatore della Fondazione Giulia Cecchettin, dedicata alla figlia nell’impegno contro la violenza di genere.
La salita di Gino Cecchettin sul palco è stata accolta da un lungo applauso, un applauso che – come dirà Gino a fine intervento – l’ha commosso, perché in quell’applauso c’era Giulia.
Cecchettin ha raccontato di aver spesso considerato le giovani generazioni inesperte e di aver sempre guardato nella direzione di chi, da adulto, sa e dice come fare. Ascoltando i suoi figli gli si è però aperto un mondo. Ha iniziato a vederli come persone, con tante sfaccettature, mettendosi nella parte dell’ascoltatore e non del maestro, imparando a chiedere chi sei, cosa senti, di cosa hai bisogno.
Ha aggiunto di essere cresciuto con l’affermazione che “l’esempio vale su tutto”, di essere stato educato in modo rigido ma di aver riconosciuto nei suoi genitori la coerenza, perché quel che dicevano poi facevano e dunque nell’esempio ha trovato un modello educativo in cui rispecchiarsi. Quel che ha scoperto negli ultimi 15-20 anni però è che la crescita è accompagnata da stereotipi di cui è difficile poi liberarsi; stereotipi radicati in tutta la società, che dividono gli uomini dalle donne e che ci toccano nella vita di tutti i giorni, magari espressioni della lingua comune che però racchiudono uno sguardo di un certo tipo. Uno degli esempi è “rivale in amore”: rivale rimanda a competizione, che rimanda a premio e qual è il premio? La donna. Si tratta di un processo di oggettificazione femminile.
Cecchettin, cresciuto con l’immagine dell’uomo che deve essere forte e non deve piangere, ha poi imparato a lavorare sulle proprie emozioni, a validarle e a esprimerle. L’esperienza personale gli ha insegnato che non ci sono emozioni negative o positive e ha imparato che dar loro una forma gli è d’aiuto: stare in ascolto delle proprie emozioni – rabbia, paura, per esempio – e immaginarle concretamente, gli permette di riuscire a regolarle e non farsene travolgere. I maschi cresciuti con il mito del maschio alfa faticano a chiedere aiuto perché non riescono a denunciare una debolezza. Cecchettin ha raccontato che quando si è liberato di questo condizionamento si è sentito a suo agio con il proprio corpo e si è riscoperto come uomo. Riconoscere una debolezza o una mancanza non mina l’autorevolezza.
La storia personale di Gino e della sua famiglia e quel dolore si sono trasformati anche in impegno e responsabilità, con la nascita della Fondazione Giulia Cecchettin. Un desiderio che Gino ha maturato subito, perché non voleva che la storia di Giulia finisse con il suo funerale, perché Giulia non è l’11 novembre del 2023 – giorno della sua morte – ma i suoi 22 anni ed è quei 22 anni che Gino (con Elena e Davide, sorella e fratello di Giulia) ha scelto di portare avanti. In un libro “Quello che ho imparato da mia figlia”, Gino ha anche raccontato la storia di Giulia, rendendola in qualche modo “educatrice”, in un ribaltamento di ruoli.
E allora è questo il suo ambito di impegno: provare a portare nelle scuole l’educazione affettiva e con la Fondazione ha incontrato molti ragazzi e ragazze. In questi tre anni alcune cose sono cambiate, l’impegno è considerevole e nei momenti più faticosi Gino ha condiviso di essersi chiesto, ogni tanto, chi gliel’avesse fatto fare. Una risposta che ha ritrovato, sempre, nelle parole di chi – grazie alla storia di Giulia e agli interventi della Fondazione – ha riconosciuto alcuni segnali di violenza di genere nella propria relazione e ha trovato la forza di denunciare e di chiedere aiuto. “E allora il mio impegno lo ritrovo qui, quando arrivano gli abbracci di qualcuno che grazie a Giulia ha la vita libera”.
I presidenti sono intervenuti richiamando i percorsi dell’Associazione che, a partire dalle domande dei ragazzi e delle ragazze, hanno portato contributi significativi all’educare all’amore. I cammini da intraprendere sono proprio quelli che nascono dai ragazzi e dalle ragazze, che, come capi e capo, siamo chiamati ad accompagnare anche su strade non battute.
Roberta Vincini, la Presidente, ha richiamato il documento approvato nell’ultimo Consiglio generale, Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo. Ha sottolineato la necessità che capo e capi si chiedano quale sia la chiave pedagogico-educativa per accompagnare ragazze e ragazzi, quale postura assumere perché si sentano ascoltati, accompagnati e riconosciuti. Ha indicato come priorità lo sguardo, l’ascolto e la presenza, il saper attendere.
Il Presidente Francesco Scoppola ha sottolineato che la responsabilità di educare AGESCI la vive in rete con altre realtà ecclesiali. Ha ricordato in particolare il percorso fatto con Azione cattolica, fino alla definizione del documento comune Il profilo vocazionale dell’educatore, esperienza importante di appartenenza ecclesiale.
L’Incaricata nazionale alla Formazione capi, Annalisa Demuro, ha presentato il documento Sguardi, che è stato offerto ai capi, come strumento di formazione nell’affrontare la complessità attuale senza semplificarla. Il documento distingue cinque diverse prospettive: lo sguardo scientifico, quello biblico, lo sguardo teologico-morale e dottrinale, quello pastorale e dell’accompagnamento spirituale. Sempre mettendo al centro la persona e la sua dignità, impegnati a contrastare ogni forma di discriminazione. Questi diversi sguardi oggi sono strumenti necessari agli educatori.
Francesco Pergolesi, Incaricato nazionale alla Formazione capi, ha ribadito la centralità della relazione educativa. Le capo e i capi sappiano considerare più punti di vista contemporaneamente, educativo, ecclesiale, antropologico, relazionale e associativo, convinti che la realtà umana è sempre più grande di un punto di vista e gli educatori non possono fare l’errore di abitare un solo sguardo, è necessario abitarli insieme.
Questa è oggi la sfida della Formazione capi: formare adulti che sappiano ascoltare, distinguere i piani, distinguere le specificità, sospendere i giudizi, comprendere quando è necessario chiedere aiuto. Formare capi che possiedano le competenze di base e la capacità di lettura delle situazioni. Che sostino nelle domande prima di cercare le risposte, capacità di ascolto, di lasciarsi interrogare, di non avere una risposta, umiltà. Le Comunità capi e gli assistenti ecclesiastici sono di grande aiuto, perché le situazioni devono essere condivise e il discernimento va vissuto insieme e la realtà va compresa alla luce del Vangelo. Sono utili percorsi che allenino al confronto tra prospettive diverse, alla consapevolezza dei propri limiti, passando dalla ricerca della risposta alla ricerca dello sguardo adeguato.
Nei gruppi di lavoro si è provato infine a individuare, sulla base di quanto emerso durante il Convegno, come e dove la formazione può essere più efficace, indagando quali attenzioni oggi risultano più urgenti, dove il metodo e la formazione mostrano fragilità e quali bisogni emergono per i capi.
In chiusura, prima dell’ammaina bandiera, i ringraziamenti e i pensieri di chiusura di Michela Serena Abati, Iacopo Portaccio e p. Diego Mattei sj: “Ora il Convegno finisce, ma non finisce il cammino. Anzi, è proprio adesso che ciò che abbiamo vissuto deve tornare nei luoghi nei quali la nostra responsabilità educativa prende forma ogni giorno: nelle Zone, nelle Regioni, nelle Comunità capi, nei luoghi della formazione. Ma soprattutto deve tornare nei reparti e nelle squadriglie. Perché alla fine, dopo le relazioni, i laboratori, gli approfondimenti, le restituzioni, è lì che tutto questo dovrà diventare educazione.
Forse è ancora da qui che dobbiamo partire. Non da ciò che vorremmo insegnare a ragazze e ragazzi, ma dalla vita che stanno già vivendo. Dalle relazioni che cercano e da quelle che li feriscono. Dal loro corpo che cambia. Dalla scoperta di sé e dell’altro. Dal desiderio di essere riconosciuti, scelti, accolti. Dalla paura di non esserlo. Dalla loro domanda di libertà e, insieme, dal bisogno di incontrare adulti capaci di esserci.
E allora forse una delle consapevolezze che possiamo portarci via da questo Convegno è proprio questa: non dobbiamo aggiungere l’educazione all’amore dobbiamo imparare a riconoscere quanta educazione all’amore è già possibile, quando lo giochiamo fino in fondo, con intenzionalità educativa”.
L’invito infine è a portare con sé le domande risultate scomode, quelle alle quali non si sa ancora rispondere. Michela, Iacopo e Padre Diego ne hanno scelte tre:
“Forse non dobbiamo uscire da questo Convegno sapendo finalmente come si educa all’amore. Forse dobbiamo uscirne con occhi un po’ più capaci di riconoscere dove l’amore può essere educato”.
A cura di Chiara Bonvicini, Valeria Leone, Gianrico Di Fonzo
Foto di Matteo Bergamini
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