Se Dio lo vorrà, per sempre

Pattuglia EG Nazionale

Che cosa chiedi?
Di diventare Scout/Guida
Per quanto tempo?
Se Dio lo vorrà, per sempre

 

La maggior parte delle nostre Promesse e quelle dei ragazzi che l’hanno fatta nelle nostre mani sono iniziate così. Questa solennità e questa fedeltà che dura una vita intera si ritrovano spesso alla fine delle favole “e vissero per sempre felici e contenti”. Questa è la magica formula con cui si concludono tutte le fiabe e con cui dovrebbero finire tutti i libri, come ci suggerisce anche Bilbo Baggins a Gran Burrone. Una frase che dà voce a quello che è il desiderio di tutti: una felicità che duri, che ci accompagni sino alla fine della nostra vita. Il sogno di un sentimento eterno che non solo preveda una lunga serie di anni felici, ma che ci faccia intravedere una vecchiaia dolce e tranquilla, che ci conforti sino agli ultimi giorni e, perché no, anche oltre.
Lo scoutismo ti insegna che fin quando non prometti non sei dentro il grande gioco fino in fondo. Fino a quando non prometti non si sa se hai deciso di giocarti in quest’avventura. Lo scoutismo esige che tu giunga a una promessa. Non solo a un impegno. A un impegno che è una promessa, cui essere fedele per tutta la vita. Se non prometti non sei maturo. Anche il matrimonio – la donna dall’uomo e l’uomo dalla donna – esige che tu giunga a una promessa. Non solo a un impegno. A un impegno che è una promessa. Per tutta la vita: «Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita».
Favole e vita matrimoniale sono cose lontane per gli EG, ma possono aiutarci a ripensare a un’educazione alla fedeltà. La fedeltà, infatti, come ogni altra virtù richiede un’educazione, un’educazione della libertà come adesione all’essere, cioè come capacità di amare, un’educazione all’attenzione al tutto più che al particolare.
Kierkegaard scriveva «Il fiore del primo amore appassisce se non supera la prova della fedeltà». Queste parole evidenziano quanto è grande e preziosa la fedeltà agli impegni. Spesso l’infedeltà sembra promettere piaceri o soddisfazioni, che però si rivelano momentanei e vuoti. Solo la fedeltà paga e con il tempo dona al cuore la vera pace, premessa per dare frutti belli, che vengono solo da un albero buono nelle sue radici. Nasce allora la domanda: chi e che cosa può aiutarci a essere fedeli sempre, per sempre, nella buona e nella cattiva sorte? Quali strumenti possono sostenere la quotidiana fatica della fedeltà e trasformarla in gioiosa abitudine al bene, virtù umile e fonte di pace? Non c’è una risposta facile a queste domande, si può solo dare qualche suggerimento.
Per essere fedeli è necessario avere la consapevolezza di cosa facciamo e di dove stiamo andando per correggere la rotta se necessario. Un primo passaggio da fare è con se stessi, nel silenzio, nel deserto. Silenzio è assenza di parole e suoni. Ma ciò non significa che non ci sia comunicazione. Anzi, è proprio con il silenzio che si trasmettono i sentimenti più profondi, si esprimono emozioni, turbamenti, stati d’animo, ed è grazie a questo che si ha la capacità di costruire relazioni di qualità. La capacità di stare in un silenzio attivo, capaci di riflettere è una capacità sempre meno diffusa ma che possiamo allenare dando la possibilità di vivere momenti di silenzio “guidati”.
Collegata alla fedeltà è la perseveranza. Per due mesi pallavolo e per altri due violino, dalla musica classica a Rovazzi nello spazio di una mattinata: quando gli adulti parlano dei ragazzi di oggi una delle principali critiche che fanno è che si annoiano subito e che cambiano attività e interessi in un tempo brevissimo. Controcorrente chi chiede di prendersi un impegno piccolo e poi via via sempre più grande e di curarlo nel tempo. Tutto comincia pochi mesi dopo essere entrati in reparto quando gli EG pronunciano la loro promessa. «La nostra fedeltà più alta è verso Dio. Possiamo dimostrarla compiendo i nostri doveri verso la religione a cui apparteniamo e mantenendo la nostra Promessa scout» (Scoutismo per Ragazzi, BP). In ogni nostra impresa chiediamo a tutti, ma proprio a tutti, di avere un posto di azione. E presto impariamo che se tutti non fanno il loro compito per tutta la durata dell’impresa, le cose non funzionano. Facciamo diventare la normalità che qualcuno possa portare avanti il proprio incarico di squadriglia per tutto un anno. E alla fine chiediamo a un/una sedicenne di assumersi la responsabilità di un gruppetto di altri 6/7 ragazzi di poco più piccoli e di guidarli nelle avventure di un anno intero. Sappiamo che è difficile, tanto che nel regolamento metodologico (art.34) abbiamo sottolineato l’importanza dello «sforzo di essere fedeli agli impegni personali presi e nella crescente consapevolezza dell’importanza di portarli a termine cogliendo e costruendo le occasioni (es. Buona Azione) per realizzarli».
Sull’onda del successo del film appena uscito, il primo esempio di difficile fedeltà alla promessa data che viene in mente è quello delle Aquile Randagie. Ragazzi di un periodo ormai lontano esempio di fedeltà, ribellione e libertà anche per gli esploratori e le guide di oggi.

 

[Foto di Nicola Cavallotti]

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