Possiamo educare al lavoro?

Alla fine il problema è quello: noi scout ci sentiamo sempre un po’ onnipotenti. E noi capi reparto (a voler essere onesti fino in fondo) lo sentiamo anche di più.

Però, dai,  davvero: come facciamo, come pretendiamo di dire veramente, senza mentire, che in reparto ci si possa educare ad essere preparati al mondo del lavoro? Alla fine non mi vorrete davvero dire che quelle due specialità scelte un po’ per gusto un po’ per caso, quel Brevetto sempre meno sistematico,  siano gli strumenti che ci fanno arrivare preparati a un mondo che, al contrario, è sempre più complesso, esigente, indecifrabile? No, perché poi,  se ai capi reparto ora diciamo che devono occuparsi anche di preparare i ragazzi e le ragazze al mondo del lavoro, loro,  seri e ligi al dovere,  si mettono pure  ad eseguire, ma insomma… non vi pare un po’ troppo?

L’ennesimo “dobbiamo/dovete” di cui  farci carico senza sentirci neanche troppo adatti ad incidere.Per fortuna, abbiamo imparato che ci resta sempre una scappatoia pronta, e cioè raccontarci che alla fine basta applicare il metodo e tutto funziona via liscio. Ma veramente il nostro metodo è così potente e ogni volta risolve tutto purché applicato con la sacrosanta (e un po’ ripetitiva) intenzionalità educativa? Che alla fine, questa benedetta intenzionalità è talmente “tutto” che spesso pare proprio niente…

Allora, per me, la direi così: “educare al mondo del lavoro oggi è complicatissimo, quasi controproducente rispetto a quanto si vuole ottenere ed è lontano dalle nostre capacità”.Insomma, esagero per provare a spiegarmi. Fino a una ventina di anni fa, poteva essere benissimo che il Michelino di turno scegliesse di lavorare alla specialità di redattore, in quanto appassionato. Poi capisse che quella poteva  essere veramente la strada per lui e alla fine trovasse pure un impiego vicino a quanto aveva sognato e vissuto. Una delle più belle esperienze che io abbia mai fatto da capo reparto è stata proprio quella di vedere una guida appassionarsi di stelle e meteo, raggiungere specialità e brevetto legati, inseguire questo sogno nella propria vita e poi farne il proprio ambito prima di studio e poi di lavoro.

Ma sappiamo bene che queste sono, appunto, fortune che si realizzano per pochi, spesso pochissimi. Soprattutto osserviamo come questa linearità sia sempre più distante dai percorsi che i nostri ragazzi si trovano ad affrontare. Banalmente e detto male (in questo numero di Proposta Educativa  molti lo dicono con più cura e perizia):  la complessità attuale del mondo del lavoro è tale per cui una progettualità in tal senso è spesso frustrante se non fallimentare. Per dire, siamo alle prese con ragazzi che devono scegliere la scuola superiore e già questo è elemento di crisi in maniera mille volte più esasperata rispetto al passato: esistono milioni di scuole in più ma con una confusione di proposte, soprattutto rispetto alle famose “strade che si aprono” con i percorsi scelti, che la prima vera scelta concreta che i nostri ragazzi compiono pensando al futuro li spinge, nei migliori dei casi, a pensare che il futuro sia una bestia indomabile e sconosciuta.

E quindi, ha senso immaginarci come educatori che accompagnino gli adolescenti anche alla scoperta di quell’altro mostro che è il mondo del lavoro?  Non generiamo anzi pure l’ansia di un futuro impossibile?“ educare al mondo del lavoro diventa imprescindibile e molto più importante di quanto appaia al primo sguardo”.  Va bene, magari sembreremo scontati, ma per noi certo è che il nostro ruolo può essere e diventare sempre più importante. È proprio nella fase in cui i canali tradizionali si dimostrano in difficoltà (la scuola, l’università, la formazione) per lo specifico per cui sono stati pensati, che diventano importanti tutte quelle agenzie di educazione informale, la cui grande potenzialità è quella di non passare semplici contenuti, ma formare il carattere, la persona.

In fondo molti percorsi delle Branche (vi invitiamo a leggere il documento per il Consiglio generale “la grande bellezza dell’educazione”) stanno dicendo che notiamo che, per i ragazzi che OGGI incontriamo, il nostro metodo sa proporre qualcosa che sa stare al passo  con la sfida dei nostri tempi:  è la capacità di non stare schiacciati sul presente, di sognare se stessi e di rendersi protagonisti delle proprie scelte. In fondo, in un’epoca segnata dalla precarietà, dall’incertezza del futuro, non è proprio la spinta a creare i propri percorsi con coraggio,  a credere nella positività del singolo, a pensare che il vero leader è quello che riesce a rendere collettivo un sogno che possiamo preparare meglio i nostri adolescenti a pensarsi nel futuro? Come sempre, con una buona dose di sguardo coraggioso, noi crediamo di sì.
[scritto da Nicola Mastrodicasa] 

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