Non è un tabù

Sessualità, morte, malattia sono temi che spaventano. Ma se davanti alle domande dei ragazzi rimaniamo in silenzio, il vuoto educativo sarà riempito da altri

«Se un adulto è spaventato, difficilmente sarà un riferimento». Ho sentito questa frase parecchi anni fa, in occasione di un incontro a Roma con gli Incaricati regionali e nazionali alle Branche dedicato all’affettività. È stato uno dei passaggi dell’intervento di Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, rispetto al tema della sessualità. È un’affermazione che mi accompagna da allora e che è diventata per me un riferimento sia nel mio essere capo, sia nel mio essere madre. Un riferimento che mi ha invitata tante volte a riguardarmi, riascoltarmi, interrogarmi nuovamente anche sulle cose che credevo di conoscere. Se un tema ci spaventa, ci imbarazza o ci mette a disagio facilmente lo rifuggiamo o laddove si presenti in una discussione, in un confronto o in una domanda, lo chiudiamo in poche parole, nella maggior parte dei casi scelte di fretta e scaturite dalla paura, dall’imbarazzo e dal disagio appunto. La sessualità, in particolare in un contesto educativo come quello di un confronto tra un educatore e un bambino o un ragazzo, è uno di questi temi. Ma anche il dolore, la malattia, la sofferenza, la morte. Temi per certi versi tabù, di cui facciamo fatica a parlare sebbene appartengano alla vita e al nostro essere umani. Le spiegazioni ritengo siano tante: alcune più sociologiche immagino, altre più afferenti alla sensibilità personale.

Come educatori però il tema ci interroga perché se come adulti alcuni temi ci spaventano e basta, difficilmente i ragazzi porranno a noi le loro domande, i loro dubbi e le loro curiosità, con il rischio di perdere l’occasione di confrontarsi su un aspetto intrinseco al nostro essere uomini e donne. Come fare allora? Come porci di fronte ad aspetti che appartengono alla vita privata di ciascuno e che tengono insieme moltissime dimensioni?

Se da un certo punto di vista è vero che come educatori in AGESCI non ci è chiesto di “fare educazione sessuale”, d’altra parte non possiamo dimenticare che educhiamo tenendo conto dell’interezza della persona, dimensione sessuale inclusa. Lo facciamo quando prestiamo attenzione a dedicare una camera per i bambini e una camera per le bambine per dormire; o quando – dove possibile – abbiamo bagni separati; lo facciamo nella dimensione della squadriglia, in un’età in cui la scoperta del proprio corpo e delle proprie emozioni è profondamente intensa; lo facciamo sulla strada, con la comunità R/S, quando il corpo – nella fatica – riprende spazio e voce e lo fa in modo diverso per ciascuno. Lo facciamo quando andiamo oltre gli stereotipi del maschile e del femminile, quando scegliamo le parole corrette, anche nel parlare comune, anche nelle battute (perché «una ragazza con le palle» o un «non fare la femminuccia» detto a un ragazzo racchiudono molto di più di quanto forse possiamo pensare). Lo facciamo quando teniamo conto di quante implicazioni racchiuda per ciascuno il rapporto con il proprio corpo. Ricordo ancora con vivo imbarazzo quanto detestassi in reparto giocare a quel gioco in cui se veniva chiamato il tuo numero dovevi correre in centro a dare un bacio al “sultano” prima che un altro ragazzo ti “prendesse” per darti un bacio a sua volta. Era un momento – per molti divertente, per carità – che io vivevo con vera angoscia. L’idea di tale vicinanza fisica con qualcuno con cui magari avevo scambiato sì e no tre parole, l’idea di alzarmi e dover correre, con gli occhi puntati addosso, quella fisicità obbligata, quel contatto ravvicinato non richiesto e non voluto. Sono passati 25 anni da allora, ma lo ricordo come una delle sensazioni più spiacevoli legate alla mia adolescenza negli scout. È chiaro che il mio vissuto vale come tale, però penso possa essere di aiuto anche solo a immaginare quante implicazioni ci siano nel nostro essere corpo e nel rapporto con gli altri – anche solo in un gioco.

Oltre a questi aspetti, c’è poi tutta la sfera della relazione con i nostri bambini e ragazzi. Perché soprattutto con i ragazzi più grandi può capitare che ci raccontino – o che raccontino agli altri in nostra presenza – delle loro storie, delle loro relazioni, delle loro nuove conoscenze. E può capitare che in questi discorsi rientri la dimensione della vita sessuale (non necessariamente esperita, magari anche solo pensata o teorizzata). Ecco, qui penso entri in gioco l’educazione nella sua interezza. Qui entriamo in gioco noi. Come ci poniamo di fronte a questi racconti? Silenzio totale sperando finiscano il prima possibile?

Silenzio totale ma dentro moriamo dalla voglia di intervenire ma non sappiamo cosa dire? Interveniamo a gamba tesa imponendo il nostro punto di vista? Interveniamo cercando di capire, ponendo qualche domanda, invitando a una riflessione?

Da quell’incontro con Pellai mi è rimasta un’altra riflessione: il nostro silenzio di fronte al tema verrà riempito da altre voci, da altri sguardi, da altri esempi, da altri modi di porsi di fronte al maschile, al femminile e alla vita sessuale. E purtroppo, in molti casi, questo “altro” non aiuta nella costruzione di un rapporto sano con il proprio corpo e nella relazione con l’altro. Non perdiamo l’occasione di esserci allora con pudore, misura, delicatezza e riguardo perché tra il non dire nulla ed essere adulti assenti di fronte al tema e l’essere i confidenti dei nostri ragazzi (come se fossimo loro amici) c’è l’essere capi scout, uomini e donne di questo tempo, innamorati dell’Amore.

[Foto di Martino Poda]

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