Lasciare un segno

«Lo scopo dell’associazione è contribuire, secondo il principio dell’autoeducazione, alla crescita dei ragazzi come persone significative e felici”. Ma che vuol dire promuovere la formazione di persone capaci di lasciare un segno; e quanto questo richiede, a nostra volta, il saper essere significativi, riuscire a testimoniare con azioni i valori che ci orientano? È tutto incluso nel PDR – Pacchetto di Responsabilità Giganti – che ci viene infiocchettato ogni volta che la comunità capi ha la malaugurata idea di assegnarci a qualche unità.

Fortunatamente, per crescere persone significative, non è necessario essere in odore di santità, piuttosto è importante prendere consapevolezza delle nostre fragilità e imparare a distinguere tra quello che vorremmo essere e quello che siamo, nella certezza che i ragazzi possano crescere migliori di noi, nonostante i limiti della nostra testimonianza.

Un elemento ricorrente, nelle persone significative, è la loro capacità di mostrarci con passione lo scarto tra la realtà di oggi e quella più “vera, bella e giusta” che costruiscono e ci chiedono di ricercare insieme.

L’indicazione di una realtà possibile e migliore di quella che viviamo è una delle leve più efficaci per contribuire a formare soggetti significativi (e felici), la scommessa è quella di riuscire a mostrare senza imporre, lasciare spazio alla sperimentazione e all’errore, accettare che i ragazzi scelgano di prendere strade anche molto diverse dalle nostre.

Un buon modo per iniziare con il piede giusto è mettere al centro la relazione con i ragazzi, la costruzione di un rapporto complice e fraterno, il rispetto e l’attenzione indispensabili per farsi da parte quando il nostro servizio non è più necessario e rischia di diventare controproducente. Perché coprire posizioni e risolvere problemi rischia di impedire lo sviluppo e i cambiamenti che, in ogni struttura e comunità, sono necessari.

Le comunità sopravvivono se riescono a evolversi, muoiono quando si fossilizzano, come ci ricorda la storia del “vino nuovo” che, “versato in otri vecchi”, li spaccherebbe portando “alla perdita del vino e degli otri”. Attraverso la trasformazione, la vita scorre e la realtà si rinnova, questo vale anche per i gruppi sani, che sanno valorizzare il contributo di tutti senza dipendere da nessuno, ed è il concetto che percepiamo fin dal branco/cerchio al momento dei passaggi, quando si comprende che i capi possono cambiare, ma, se il progetto educativo funziona, non si perde la continuità del messaggio e, nel rinnovarsi, l’unità si rafforza. Accettare che le esperienze di oggi non siano perfette e insuperabili significa anche riconoscere la nostra insufficienza e inadeguatezza.

Lo scautismo non ci invita a contribuire alla crescita di semplici ‘cittadini’, persone ben inserite nella società, ma a formarne di ‘buoni’, ossia di quelli attrezzati e intenzionati a incidere positivamente sulla realtà.

Una proposta educativa che si limiti a integrare i ragazzi socialmente più fragili – che dovrebbero costituire il cuore dei nostri gruppi – nel sistema sociale che è la causa della loro esclusione non è certo quello che sognava Baden Powell quando gettava le basi di un movimento di fraternità internazionale come quello scout.

Ma se è vero che gli obiettivi troppo lontani non sono obiettivi ma inganni, gli strumenti del metodo ci vengono incontro per fissare traguardi raggiungibili a piccoli passi, per esempio un percorso di autoeducazione come la progressione personale.

Il gioco delle prede come il punto della strada, se ben fatti dovrebbero aiutare i ragazzi a uscire dal proprio confortevole cortiletto, portandoli a individuare e distinguere bisogni e desideri reali da quelli indotti, i propri punti deboli e quelli di forza.

È ancora usanza di alcune comunità R/S, al momento della partenza, quella di chiedere ai ragazzi di condividere una sorta di ‘progetto di vita’. Lo scopo non è solo quello di evitare la trasformazione delle cerimonie della Partenza in sagre della frase fatta e dell’enunciazione di sacri principi, ma soprattutto mettere al centro la questione: “Tu, queste scelte di vita, come pensi di realizzarle?”

È importante, per i capi quanto per i ragazzi, esplicitare chiaramente come intendano contrastare l’assimilazione passiva dei modelli dominanti, superarne l’inconsistenza, a partire dalle scelte di studio, lavoro, amici e relazioni sulle quali investire.

A un certo punto del suo vangelo Luca scrive: “Dov’è il vostro tesoro là sarà anche il vostro cuore”. La proposta mi sembra sia sempre la stessa: mettere a confronto ciò che ‘ci raccontiamo’ essere per noi importante e i luoghi e le cause per le quali veramente spendiamo le nostre energie e il nostro tempo.

Sebbene, fin dall’inizio del percorso scout, proponiamo senza nascondimenti la Partenza, la nostra proposta educativa non è paragonabile a un tragitto sul tram, che trascina inesorabilmente i ragazzi su binari fissi, da un punto iniziale a uno finale.

Il percorso con il quale proponiamo il discernimento sulle tre scelte è simile a quello di una route: abbiamo in testa una meta e una direzione, ma si procede nel rispetto del ritmo di ognuno, disposti a cambiare continuamente programma e tragitto in base agli eventi, consapevoli che l’importante è il cammino e non l’arrivo.

Anche l’ambiente gioca un ruolo centrale nella formazione del carattere, soprattutto se valorizzato con creatività, responsabilità e reciprocità. Prendere fin da bambini confidenza con il proprio territorio, con il tempo, porterà i ragazzi ad affezionarsi al quartiere e alla città, a prendersene cura spontaneamente quando necessario.

Se non aiutiamo noi i ragazzi a vivere la strada, difficilmente lo faranno contesti familiari che, nella maggior parte dei casi, tendono a recludere i bambini in ambienti protetti che li rendono estranei alla realtà circostante, quindi potenzialmente insicuri e strumentalizzabili contro il capro espiatorio di turno, perfettamente funzionali agli imprenditori politici della paura che isolano e dividono alla costante ricerca di consenso.

Teniamo a mente che le strade e le piazze, i prati e i boschi, i negozi e le botteghe, offrono opportunità straordinarie per la crescita, che le scuole (e le nostre sedi chiuse e insalubri) non saranno mai in grado di dare. Lo sguardo dei capi/educatori, allenato a cogliere e stimolare la curiosità dei ragazzi, fuori dalle sedi può sfruttare a pieno il loro istintivo bisogno di sperimentare, sapendo cogliere le potenzialità della strada a partire dalle zone più degradate della città, che più delle altre godono di una presenza come la nostra.

Quelli che all’esterno potrebbero sembrare semplici giochi a tappe o corse con i carretti per le strade, oltre a stupire, coinvolgere (e travolgere) i passanti, sono occasioni ideali per conoscere e incontrare persone e realtà attive sul territorio, scroccare un pranzo in cambio di un servizio, organizzare nuove avventure e coltivare rapporti con chi vive il quartiere, che si rivelano essenziali in casi di emergenza o difficoltà che richiedessero la nostra solidarietà diretta.

In questo senso il protagonismo dei ragazzi e la padronanza del territorio contribuiscono, oltre le nostre intenzioni e capacità, alla formazione di un carattere significativo, capace di osservare, ragionare e infine trasformare (in meglio) il proprio ambiente, incuranti degli esperti della rassegnazione che vorrebbero abituarci a immaginare più facilmente la fine del mondo che un cambiamento di questo sistema che produce disuguaglianze, precarietà e sfruttamento.

Visto che, entro certi limiti, possiamo determinare la rotta della nostra esistenza, è doveroso mostrare come questo sia possibile, fin da bambini. Non si tratta di illudere i ragazzi che una società più libera, equa e giusta sia realizzabile dall’oggi al domani, ma per lo meno si può dimostrare, nell’immediato, che esiste un margine di felicità possibile in questo mondo e un’alternativa alle pressioni che arrivano in direzione opposta.

Alla fine, penso che crescere persone significative voglia dire principalmente questo: invitare con l’esempio personale i ragazzi a realizzare le proprie potenzialità nel mondo, lontani dalla tentazione dell’autosufficienza e dell’esasperata competizione. La strada è lunga e in salita, ma lo scout sa che non può esserci felicità senza impegno, e l’invito è quello di andare avanti ‘di sconfitta in sconfitta fino alla vittoria’.

@pietrobar

[foto di Martino Poda]

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