Come si educa alla vera felicità

La felicità è dappertutto. No sul serio, non è una frase da scrivere sullo zainetto, ma un dato di fatto. Certo non da oggi, ma soprattutto oggi. L’altro giorno, quando ho scoperto che esiste addirittura una Palestra della Felicità, ho pensato che alla fine il mio articolo poteva risolversi con un invito: “Se volete avere figli felici, iscriveteli”.

D’altro canto l’imperativo assoluto della nostra epoca narcisa è poi quello li, no? Nel breve (o lungo) periodo in cui ti è dato di stare sul pianeta tu devi essere felice a tutti i costi, letteralmente impegnando tutti i tuoi sensi in questo sforzo, ma pure tutti i tuoi risparmi, tutti i tuoi legami e il pezzo di pianeta che ti è stato dato in custodia.

Poi non tutti ci riescono, è ovvio, anzi è proprio nella mortificazione di questa ricerca che si nasconde il tranello più insidioso. Lo si può chiamare “cherofobia”, nostalgicamente, o più aggressivamente “sensation seeking”, ma in parole un po’ più povere si sta nel nostro tempo affermando in maniera innaturale la compulsiva ricerca di sensazioni che diano l’impressione di poter superare i rispettivi appiattimenti emozionali.

Sembra cioè che non sappiamo più cosa sia, questa felicità che andiamo cercando. Qualche anno fa (parecchi anni fa, porca miseria) un famoso cantante si chiedeva persino “[…] dottore, che sintomi ha la felicità?”. E se anche li sapessimo leggere, questi sintomi, in realtà a noi educatori non basterebbe, giusto? Noi vogliamo sapere, in questi tempi così rabbuiati, difficili e duri, in questo contesto che spinge con tutte le sue forze verso ideali di felicità occasionali e soprattutto personalizzati, quale può essere il punto di vista che universalizza e spinge oltre l’immediato.

Se la volessimo risolvere con un tweet potremmo limitarci alla frase che Lord Baden ha scritto nell’ultima lettera ai suoi scout. Ho controllato, coi caratteri ci stiamo: “Ma il vero modo di essere felici è quello di procurare la felicità agli altri.” Fatto.

Purtroppo è solo il punto di partenza perché se anche io volessi dare per manifesto questo comune obiettivo, che non è cosa da niente sia ben chiaro, in ogni caso dovrei poi cercare di capire come trasmettere la passione per la vera felicità, quella degli altri, ai miei ragazzi, per educarli.

Cioè non devo solo capire quale sia la felicità dell’altro che ho davanti, devo pure capire come far in modo che tutti la sappiano riconoscere.

Devo averlo già scritto da qualche parte, ma io dello scautismo amo alla follia questo saper rendere facili le cose difficili, semplici le cose complicate. Anche in questa occasione il metodo mi toglie dai guai capovolgendo il mio punto di vista: la verità è che non lo devo sapere io qual è la felicità dell’altro, perchè dev’essere l’oggetto della sua ricerca, non della mia.

Diceva san Giovanni Battista “Egli deve crescere e io invece diminuire.” (Gv. 3. 30) ed è veramente così. L’unico modo per capire quale sia la felicità dell’altro è lasciare che l’altrui si definisca piano piano e la mia si trasformi in servizio.

Per chi è genitore è un percorso piuttosto lineare, anche se inizialmente sembra inaffrontabile, basta arrendersi all’evidenza dell’amore. Che non è l’altra frase per lo zainetto, ma la semplice constatazione che tutto quello che posso fare per i miei bambini è saper dar loro la ragione della speranza che mi anima, al resto penseranno loro, che sono più forti, meno impegnati, e soprattutto più padroni del loro tempo.

Per chi è solo capo la cosa è un po’ più cerebrale, ma forse ci si può allenare all’arrendevolezza anche con l’intelletto. Perché se è evidente che per educare alla felicità serve un progetto, e quindi un’analisi, un programma e la capacità di verificarsi, è in ogni caso incontestabile che ai miei ragazzi non posso imporre la mia idea di serenità. Prima di tutto perché rischio di cadere continuamente in modelli di perfezione che somiglierebbero a scafandri più che a vestiti su misura, quando la vita non fa altro che ribadirti che ognuno è bello a suo modo, ma soprattutto perché solo permettendo loro di continuare a riorientare lo sguardo alla continua ricerca della vera felicità li renderò liberi.

Il compito di chi educa dovrebbe quindi essere quello di ascoltare, molto più che di parlare, per poi far passare, come fosse una nozione, i soli fondamentali, le aspirazioni che uniscono l’umanità a prescindere dal contesto culturale. Sembra che ce li siamo dimenticati, ma ci sono, solo che il social networking li nasconde. Alcuni sono vecchi come il mondo, vivere l’amore del e nel servizio, ad esempio, ma anche sapere che non esiste una felicità uguale ad un’altra. Altri sono nuovissimi, come la dolcezza della riscoperta della lentezza e della disconnessione, o la sorprendente capacità curativa delle menti capaci di empatia e compassione.

Noi, scout e cattolici, ne abbiamo poi altre che più specificatamente uniscono i cristiani alla più nobile delle visioni, quella divina su un uomo chiamato a fare agli altri quel che vorrebbe per sè.

E poi dare una direzione, offrirsi come guida con l’esempio, e magari col gioco, concentrandosi più sullo sforzo che sul risultato. Ognuno poi ci arriverà col suo tempo, seguendo un ritmo tutto suo che però inevitabilmente parte da un lutto, quello della propria onnipotenza.

@marcogallicani

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