L’altro di fronte a me

[di Giorgia Caleari e Francesco Bonanno, incaricati nazionali al metodo]

O Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre, rifiuta il suo nome,
o, se vuoi, legati a me anche solo d’un giuramento, e io non sarò più una Capuleti […] Solo il tuo nome è mio nemico; ma tu sei tu, non un Montecchi.
Che è un Montecchi? Non è né una mano né un piede, né una faccia, né un braccio: nessuna parte di un uomo.
O sii tu qualche altro nome! E che è un nome?
Quella che noi chiamiamo rosa, anche con un altro nome avrebbe il suo soave profumo.
Così Romeo, che se non si chiamasse Romeo, conserverebbe un fascino di perfezione,
che possiede anche senza quel nome.
Romeo, poiché́ non ti è nulla il tuo nome, buttalo via e prenditi, in cambio, tutta me stessa.
W. Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto II, Scena II

Il desiderio dell’altro ci fa cercare, incontrare e trovare insieme. Ciò che importa a Giulietta non è nulla che di accessorio appartenga a Romeo, foss’anche il nome, ma ciò che vi è di essenziale in lui, cioè la sua stessa persona. E lei, a sua volta, desidera donare a Romeo tutta se stessa. L’esperienza umana, e dunque anche quella scout, è costitutivamente comunitaria.

Ritrovarsi nella comunità non è accidentale, ma è la vocazione che ci costituisce nella nostra i-dentità, l’accadere della relazione che ci fa essere. Nella relazione con l’altro, che ci è sostanziale, è la donazione reciproca ad articolare la forma del rapporto. Di questa dinamica è paradigma irrinun-ciabile il mistero dell’incontro tra l’uomo e la donna. Adamo ed Eva sono donati l’uno all’altra, e so-lo trovandosi finalmente l’uno «di fronte» (Gen 2,18-25) all’altra – però tutt’altro che speculari, anzi irriducibilmente diversi – possono finalmente comprendere chi siano davvero, ed essere felici.

Nell’esperienza educativa, la comunità è dunque molto più di un ambiente, più di una struttura funzionale, più di una convenzione strumentale; è l’avvenimento della relazione che svela l’identità delle persone che la compongono, ne costruisce progressivamente lo spessore, ne prepara il compi-mento e la piena realizzazione. Imparare ad accogliere il dono dell’altro che sta di fronte, con la sua unicità e con la novità di cui è portatore, non è un esercizio moralistico, né un dovere derivante da una pia precettistica. Così, bambini e bambine, ragazzi e ragazze si scoprono insieme amati e capaci di amare, responsabili di se stessi e corresponsabili con gli altri e degli altri.

Il valore della coeducazione si esprime certamente nelle esperienze educative comuni offerte a ragazze e ragazzi insieme, ma non solo: il regolamento metodologico da poco modificato ribadisce infatti che non siamo di fronte ad uno strumento che possiamo decidere di utilizzare o meno. Rico-noscere alla coeducazione la cifra di valore, significa che siamo impegnati a farla trasparire in ogni attività che proponiamo nella quotidianità semplice delle nostre unità, anche quando questa non coinvolga ragazzi e ragazze insieme. È lo spirito che anima la nostra intenzionalità educativa, gli occhiali con cui guardare il mondo. Vivere l’avventura scout insieme agli altri, conosciuti compagni di strada, eppure volti sempre nuovi e sorprendenti, richiede sensibilità e cura amorevole da parte degli educatori. A noi è richiesta la capacità di cogliere gli orizzonti verso cui camminare ma anche, nell’impegno quotidiano, di indicare e aiutare a tracciare insieme i sentieri dell’incontro. Ogni Comunità Capi è chiamata a domandarsi allora quali siano di volta in volta le forme migliori in cui declinare l’esperienza educativa comune. Sono l’intenzionalità educativa e l’attenzione alle necessità sempre nuove, e talvolta non facili, cui il Progetto Educativo dà voce, che devono guidare la scelta delle unità miste, parallele o monosessuate. Seguire prassi o tradizioni, senza che queste siano effettivamente mosse da scelte educative consapevoli e costantemente rinnovate della Comunità Capi, può essere segno di una ridotta capacità di ascoltare le ragazze e i ragazzi e di andar loro in-contro.

Scegliere, dunque, anzitutto. E non lasciare che le cose vadano come si è sempre fatto. Assume-re con serietà l’impegno di ragionare sulle diverse potenzialità che le unità possono assumere nelle loro diverse forme e chiedersi quale valore rappresentino in quel momento specifico della storia di un Gruppo, è il frutto di una Comunità Capi più consapevole, ed insieme è un processo in grado di generare una comunità attenta e capace di condividere ciò che di più prezioso possiede, cioè la re-sponsabilità educativa. Scegliere per aiutare a discernere, ricordando che siamo chiamati a pensare a ciascuno dei nostri ragazzi nella sua unicità, che va fatta emergere ancora e sempre attraverso im-prescindibili momenti di vita monosessuati preparati con cura.

Ma dove nasce e si alimenta una modalità matura di pensare la coeducazione, che – come ci ri-corda un ben noto Quaderno del Centro Documentazione – Non è solo stare insieme? Ancora in quella domanda di Giulietta «Perché sei tu Romeo?». Dobbiamo ripartire sempre da questo sguardo innamorato e stupito, desideroso di conoscere, di capire «Che è un Montecchi?». Se riusciamo a chiederci in staff chi è davvero l’altro oltre il suo nome, oltre l’apparenza, avremmo già fatto un buon servizio ai nostri ragazzi, perché è dai modi della diarchia che dipendono i modi della coedu-cazione. Nella misura in cui non ci diamo per scontati, arrivati, finiti, ma sappiamo rilanciare nuovi ponti alla relazione e aprire inedite possibilità di scoperta di noi stessi, saremo capaci di ricchezza e daremo frutti. Il metodo scout non funziona solo con i ragazzi: funziona punto, anche per noi che siamo cresciuti, ma non abbiamo finito di imparare. Riconoscere il maschile e il femminile che sono in noi, avere consapevolezza della fisionomia del proprio staff, vivere in modo autentico la propria identità, senza lasciarsi ingessare in ruoli e atteggiamenti stereotipati è una significativa testimo-nianza di libertà. Una effettiva ed equilibrata diarchia nelle branche è funzionale alla testimonianza della relazione adulta uomo – donna. L’incontro e il confronto tra i sessi nel gruppo dei pari età è più pieno se può, con coerenza e continuità, essere progressivamente ricompreso nel rapporto con uomini e donne adulti. E questo è ancor più importante oggi nelle comunità di Clan/Fuoco in cui la ricerca dell’uomo e della donna della partenza chiede di potersi misurare con figure adulte che sap-piano esprimere con serenità il proprio diverso e complementare approccio alla vita.

Con l’augurio che ogni coccinella e lupetto, guida ed esploratore, scolta e rover possa «conservare il fascino della perfezione, che possiede anche senza quel nome».

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