La differenza d’età in Co.Ca.: ricchezza o difficoltà?

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di Vittorio Ghetti da Scout – Proposta educativa, 2004 (Anno XXX, n° 4 pag. 13 – 15)

Spesso in Comunità Capi le differenze d’età sono consistenti e la convivenza non è sempre facile. Quale cura prestiamo ai legami fra passato e futuro?

Quando aveva 20 anni Luisa di una cosa era certa: non sarebbe diventata mai come il suo capo gruppo. Non lo sarebbe diventata perché lui era un uomo e – cosa più importante – perché lei avrebbe capito in tempo quando fosse arrivato il momento di andarsene; avrebbe saputo come comportarsi con il resto del gruppo: non avrebbe preteso di essere on- nipresente a tutte le attività commentando, correggendo, sottolineando ogni qualvolta lo spirito della tradizione veniva minacciato.

Avrebbe evitato gli immancabili “ai miei tempi!” e avrebbe omesso di precisare sempre quanto fosse notevole l’esperienza posseduta e che, metaforicamente parlando, dopo la sua fuoriuscita dal gruppo il diluvio avrebbe sommerso e distrutto qualsiasi traccia di scautismo. In sintesi lui era vecchio e, si sa, giovani e vecchi non riescono a lavorare insieme!

Il povero Luigi, in realtà, non arrivava ai 45 anni e non solo non si sentiva vecchio, ma era convinto che il gruppo andasse bene e funzionasse perché, fortunatamente, lui e altri capi vecchi come lui (che lui amava definire “vecchi capi”) di lunga e sicura esperienza, tradizione, stabilità e affidabilità garantivano il giusto stile scout.

Luisa e Luigi, anche se in tempi diversi e con modalità molto differenti, lasciarono la comunità capi. L’una, esigente ed ipercritica prima di tutto verso se stessa, a 35 anni si riteneva troppo vecchia per stare insieme a capi di 20 anni o giù di lì che a volte non capiva, che sembravano poco motivati, poco impegnati, desiderosi di conservare un certo distacco nella scelta di servizio perché “non si può vivere di solo scautismo”, e con molta discrezione, per non imporre la sua presenza e non diventare simile al Luigi di venerata memoria, si defilò.

Il buon Luigi se ne andò anche lui: deluso, insoddisfatto, un po’ incattivito (se si potesse dire), sicuramente frustrato perché nessuno lo volle ferire dicendoglielo apertamente, l’aveva capito da solo notando che nessuno lo contraddiceva apertamente, gli lasciavano terminare i suoi interventi… ed era come se se ne fosse già andato… Chissà se esistono altri Luisa e Luigi in Associazione, chissà se dentro ciascuno di noi ci sentiamo un po’ l’una o un po’ l’altro.

La ricchezza delle nostre comunità capi e dell’Associazione nel suo complesso, è il vivere esperienze con persone diverse fra loro, dove molteplici sono le variabili che entrano in gioco: la famiglia di origine, il sesso, il tipo di lavoro, il tipo di studi fatti, le scelte vocazionali, l’età, la personalità, le abilità, le disabilità…

É una sana costrizione ad uscire da noi stessi, a non dare nulla per scontato, a misurarci con l’altro non teoricamente idealizzato e addomesticato, ma l’altro in carne ed ossa portatore di un’identità certamente simile, ma mai identica alla nostra. Sappiamo effettivamente trarre il massimo vantaggio da questa scelta o, al di là del “dover essere”, soffriamo un po’ questa situazione che oggettivamente è più complessa e più faticosa, e di cui c’è il rischio di cogliere più i limiti che i pregi? Creare una comunità vera è sempre difficile, è un impegno quotidiano e personale che va fortemente voluto, perseguito, tentato e non c’è mai un momento in cui possiamo dirci arrivati, perché la comunità può sempre essere minacciata dalla fretta, dalla superficialità, dalla pigrizia, dall’accidia, dalle omissioni (ben più numerose delle nostre azioni negative) delle nostre relazioni interpersonali. Se questo vale sempre, diventa ancora più difficile quando l’impresa viene vissuta da un gruppo di persone che, pur condividendo una Legge e l’impegno di una Promessa, sono molto diverse fra loro. Quando il gioco funziona, la presenza di tante ricchezze diverse innesca un circolo virtuoso. È straordinario, se si pensa a questo fatto: un gruppo di adulti che insieme fanno un percorso che è di crescita personale e metodologica in un mutuo scambio, dove la reciprocità gioca un ruolo, se non esclusivo, certamente fondamentale tra le persone e nel servizio ai ragazzi. È una comunità dove si vive la fraternità, se ne fa esperienza, dove non c’è qualcuno che dona e qualcun altro che riceve, ma dove si sviluppa una circolarità di dono ricevuto e a sua volta donato.

La prima domanda allora potrebbe essere: al di là dei compiti affidati a ciascuno, ai “posti d’azione” ricoperti da ogni persona, usando un termine da Impresa, siamo convinti che all’interno della variabile capi giovani e meno giovani la reciprocità sia il fine ultimo del nostro agire? I capi giovani sono il futuro della nostra possibilità di educazione, quelli meno giovani sono le nostre radici, sono la tradizione della comunità nel senso migliore del termine e cioè quello di trasmissione, di consegna del patrimonio culturale costituito da consuetudini, memorie, notizie attraverso non tanto la documentazione scritta, ma la comunicazione viva e l’esempio di chi nel tempo ha vissuto i valori dello scautismo.

I capi meno giovani sono la nostra memoria e chi siamo noi senza memoria? Quale fatica faremmo se dovessimo reimparare di nuovo tutto ogni giorno, che spreco di tempo! Ugualmente vivere negandoci un futuro sarebbe un sopravvivere quanto mai sterile. E allora come seconda domanda potremo chiederci: quale considerazione, quale cura prestiamo, quali necessari legami fra il nostro passato e il nostro futuro?

Sbilanciati non si riesce a stare in piedi a lungo e, che si cada all’indietro o in avanti, il risultato non è mai positivo. Fuor di metafora viene in mente san Benedetto che nella sua Regola quando tratta di come l’abate debba decidere su questioni importanti dice esplicitamente ”… abbiamo detto di convocare tutti a consiglio perché spesso il Signore rivela anche a chi è più giovane la soluzione migliore.” (op. cit. cap. 3).

In una società che sembra aver annullato i conflitti generazionali verrebbe da pensare che ritrovarsi, giovani e meno giovani insieme, a lavorare, non costituisca un problema.

Sarebbe interessante conoscere le opinioni che circolano in Associazione. Opinioni che si fondano non su un teorema assoluto, ma sull’esperienza personale e che quindi possono essere anche molto lontane fra loro e magari contrastanti. Io azzardo la mia, che è altrettanto parziale e relativa e forse anche un po’ confusa e che a ben vedere, più che un’opinione, è un insieme di domande che continuano a riaffacciarsi alla mente. Il problema si presenta quando il gioco non funziona e può non funzionare per tanti motivi, anche per il fatto delle età diverse se, per esempio, la differenza di età è troppa.

Capi giovani, ma quanto giovani? Meno giovani, ma di quanto? Domanda che può essere banale o riduttiva o tutte e due le cose insieme, ma sulla quale vorrei soffermarmi.

Non sono tra coloro che asseriscono che la giovinezza sia solo una questione di “spirito”: la giovinezza è anche una questione anagrafica e lo è tanto più per un’associazione educativa che vede la presenza dell’adulto proposto nella figura del “fratello maggiore”, che sa di una certa qual complicità, pur senza rinunciare alla “adultità” che deriva da una maggior esperienza di vita, ma il fratello per quanto maggiore non è un nonno, né una zia.

Questo vale per il rapporto capo-ragazzo e mi interroga che anche qui a volte si sostenga che l’età non conta, ma conta lo “spirito”: quando affermiamo questo, lo facciamo avendo come punto di riferimento noi o i/le ragazzi/e?

Sono convinto che anche in comunità capi, se il divario di età è molto ampio, il gioco non funzioni. Se è vero che c’è un limite d’età non sancito statutariamente, ma dettato dalla sensibilità pedagogica che porta i meno giovani a non giocare più il gioco direttamente con i ragazzi, allo stesso modo i meno giovani rivestono sempre un ruolo positivo all’interno della comunità?

Qualche anno fa c’era una consuetudine condivisa, almeno a livello teorico, (poi si sa la realtà può portarti a derogare da ciò che è l’ottimo in favore di ciò che è possibile) quella che quando arrivava in comunità capi il/la tuo/a capo squadriglia, era forse venuto il momento di incominciare a pensare seriamente di passare il testimone a qualcun altro.

Questo non perché non si sia capaci di farsi da parte, di creare spazi, di stimolare la partecipazione, ma perché la persona che ci si trova di fronte non è più il/la capo squadriglia, è una persona che ha percorso un tratto di strada che ne ha fatto una persona diversa da quella che si conosceva. Ci si deve porre con grande serietà la domanda se sia possibile creare quel clima di libertà interiore perché ogni capo possa esprimersi per quello che è, e non per come gli altri si aspettano da lui.

É questa poi la fatica che ogni genitore fa ad accettare il proprio figlio diventato adulto. Per l’immenso amore e rispetto che ha per lui, non lo può più trattare da bambino, non lo può più difendere dai guai del mondo, ma deve porsi accanto a lui semplicemente come risorsa, come accompagnamento, senza la pretesa che per il semplice fatto di essere il suo genitore, lui debba ascoltare e obbedire.

Tanto è vero tutto questo, che in un rapporto sano, liberante e costruttivo i figli se ne vanno, e se rimangono non è qualcosa di fisiologico, ma è dovuto ad una patologia della nostra società, perché non c’è una situazione possibile migliore.

Cosa spinge allora a rimanere in una comunità capi a lungo nonostante l’età che avanza?
Credo sia, onestamente, il sentirsi un po’ indispensabili, il pensare di aver capito il segreto delle cose e volerlo insegnare agli altri, in ciò contravvenendo in realtà ad uno dei capisaldi della scelta scout che è l’interdipendenza tra pensiero ed azione che vale anche per i capi: ognuno cresce perché fa le sue esperienze e, nemmeno con le migliori intenzioni, ha senso vivere per interposta persona.

Confesso, a partire da me stesso, quasi mai ho sentito qualcuno che permanesse in comunità capi adducendo come motivazione quella dell’arricchimento personale e del prosieguo della propria formazione permanente. La maggior parte lo fa per spirito di servizio, perché c’è bisogno, per aiutare chi è in difficoltà. Ma siamo sicuri che sia proprio sempre così?
È una legge che vale per i gruppi, ma può anche valere per i singoli, quella secondo la quale si cambia solo se si è costretti e credo sia una grazia da chiedere al buon Dio quella di farci capire quando è il momento di andare, un andare che sia un atto di amore per la comunità che si lascia perché si ha fiducia che questa può farcela anche senza di noi, perché si è lavorato per questo e per rendere la comunità più adulta, più responsabile anche se con meno esperienza. Chi scrive appartiene al novero dei meno giovani della sua comunità capi e scrive proprio dando voce a dubbi che settimanalmente pone innanzi tutto a se stesso, non è un attacco indiscriminato a chi giovane non è, la domanda sta – come ricordato all’inizio – nell’entità del divario. Riprendendo le esperienze di Luisa e Luigi, probabilmente l’età anagrafica ha portato a non far scattare quel circuito virtuoso di reciprocità di cui si è parlato, soprattutto perché oggi la differenza anche solo tra un quarantenne ed un ventenne è culturalmente molto più accentuata di 30 anni fa e questo ci deve spingere ad essere ancora più vigili. Forse la scelta di Luisa di andarsene prima di quanto avesse fatto Luigi dipende non tanto dalla variabile dell’età, quanto da quella del sesso: ma questa è tutta un’altra storia…!

 

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