Come i primi cristiani

di Don Luca Albizzi

Assistente nazionale Formazione capi

Era il 16 settembre del 1991… e sono già trent’anni, quando entrai per la prima volta in una Comunità capi e mi avvicinai, con curiosità e timore, ad una delle esperienze che avrebbe segnato nel tempo anche la mia vita sacerdotale: lo scautismo. Quelle donne e quegli uomini in calzoni corti e camicia azzurra con un fazzolettone colorato al collo, incontrati tante volte nelle stazioni, aeroporti e per le strade della nostra Italia. Non ero cresciuto negli scout da ragazzo, perché nel paese dove vivevo non c’era ancora un gruppo ed il Vescovo di allora, dopo l’ordinazione diaconale, destinandomi come vice-parroco in una delle parrocchie della nostra diocesi che ha un gruppo storico e numeroso, mi affidò come principale incarico quello di occuparmi del gruppo scout. Non conoscendo niente di quella esperienza e dell’associazione avevo un po’ di dubbi e perplessità… poi ti butti e scopri un mondo! Una comunità che ti accoglie alla quale, mi si dice, tu dovrai fare da assistente, succedendo tra l’altro a preti esperti. E qui colgo la forza della co.ca: il suo persistere aldilà di cambiamenti, passaggi e momenti faticosi o non sempre facili, il sostegno, l’accompagnamento (penso ai tirocinanti, ai capi extra-associativi, agli assistenti), una vera autonomia e – fatemelo dire – sana laicità, nel senso migliore della parola: quella laicità che il Concilio ha richiamato spesso e che ancora, dopo diversi decenni dalla sua chiusura, fatichiamo a vivere nella Chiesa e nelle nostre comunità cristiane. La capogruppo di allora tenta di spiegarmi che cos’è questa comunità e, ricordo bene, mi dice che è l’intuizione originale dell’AGESCI e in modo deciso afferma: “Nessuna associazione cattolica ha un organismo così!”. Interessante per me, all’inizio di un’avventura, l’idea di una corresponsabilità a livello educativo, di un gruppo di capi-educatori che si confrontano, pregano, dialogano e camminano insieme… come durante una route, con il sole e con la pioggia, dove il sacerdote è un capo tra i capi ma con il proprio carisma. E poi su su la storia ti porta avanti e ti accorgi della bellezza di tanta diversità (età, percorsi, storie e temperamenti), che è cementata però da due grandi forze e luci: il Vangelo, con il suo messaggio sempre vivo e attuale, ed i valori dello scautismo (legge, promessa, ecc.) che ci rendono fratelli e sorelle nonostante e aldilà di tutto.

In questo senso, quasi istintivamente, il pensiero va ad un passo del Nuovo Testamento (Atti 2, 42 – 45) che arricchisce la nostra riflessione e, pur essendo all’inizio dell’esperienza cristiana, ci aiuta oggi a riscoprire il valore autentico, la radice e lo stile della comunità, da dove forse potremo ripartire: “Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno”.

Utopia? Modello? Sogno? Mèta? O forse tutto insieme… Impariamo anche come capi da quelle prime comunità dove non contava il numero, ma uomini e donne si erano fidati di una parola; dove il Vangelo era la regola di vita; dove non esisteva l’altro, ma solo un “noi”. Abbiamo bisogno, in questo momento della nostra storia forse più che in altri, di fraternità: di relazioni autentiche che si fondano sull’ascolto, sulla correzione fraterna, sull’accoglienza sincera dell’altro, sul dialogo aperto e non giudicante, facendosi carico l’uno dell’altro. Abbiamo bisogno di pregare insieme, poiché da una vita cristiana sostenuta dallo Spirito nasce e cresce la comunità; di condividere di più ciò che abbiamo, ma anche ciò che siamo, poiché si diventa autenticamente discepoli solo quando si diventa autenticamente umani!

[Foto di Andrea Pellegrini]

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