Sanno dire di no

Dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste, cioè quando sono la forza del debole, mentre dovranno battersi perché siano cambiate quando vedranno che sono ingiuste, cioè quando saziano il sopruso del forte.
Don Lorenzo Milani Lettera ai giudici

Lo sterminio di oltre 15 milioni di persone, voluto dai nazisti, non fu reso possibile da una folla incontrollabile; ma da uomini in uniforme, obbedienti e disciplinati, che seguivano ordini dei loro superiori, nel pieno rispetto dello spirito e delle leggi del tempo. Come insegna la storia e dimostrano le ricerche di Milgram e Zimbardo, la maggior parte delle persone “moralmente normali”, se ridotta semplice anello di una catena, può arrivare a ignorare completamente le
proprie responsabilità, tanto più se tenuta lontana dagli esiti disumani del meccanismo di cui è parte. Per ottenere questo risultato, è sufficiente la presenza di una sola autorità, che non ammetta nessuna opposizione. Non a caso pluralismo e libertà d’opinione sono le prime vittime di qualsiasi organizzazione totalitaria, che necessita di funzionari ripetitivi, sprovvisti di creatività e servili.

Come la cronaca non smette di ricordarci, avere strutture formalmente democratiche è un anticorpo essenziale, ma non sufficiente, per evitare che si ripetano crimini contro l’umanità. Più angosciante di pensare che in futuro potremmo essere vittime di un dispositivo come quello dell’olocausto, è prendere consapevolezza che potremmo trovarci nei panni dei carnefici. In questo senso, vent’anni dopo la Liberazione, don Milani scriveva che «l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni», chiarendo ai suoi ragazzi che non sia più possibile «farsi scudo dell’obbedienza», e che ognuno «deve sentirsi personalmente responsabile di tutto».

In quel fondamentale ‘sanno’, presente prima della parola ‘obbedire’, nella legge scout, c’è tutto il peso che diamo alla responsabilità individuale, alla libertà di coscienza e alla capacità dei singoli di discernere tra quando sia lecito obbedire e quando no. Offriamo alle ragazze e ai ragazzi gli strumenti per darsi autonomamente un limite, al di là del quale non essere più disposti a collaborare. Perché se abbiamo imparato ad avere più paura del silenzio degli onesti che della cattiveria dei malvagi, la speranza è che nessuno, tra chi ha l’occasione di vivere l’esperienza scout, possa rientrare nel gregge di chi abbassa la testa e tace di fronte alle ingiustizie.

Non si tratta di educare pirati che sfidino ogni legge e non riconoscano obbedienza a nessuna bandiera, ma mettere al centro la regola aurea del “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Anche nei contesti di maggiore assuefazione alla “banalità del male”, c’è chi ha saputo e sa trovare la forza per resistere, di qui l’importanza che Baden Powell riserva alla formazione del carattere. Forte della sua esperienza sul campo, il fondatore del movimento scout chiariva continuamente come lo scouting non fosse solo “quanto di più lontano si possa concepire dall’addestramento militare”, ma anche da sistemi educativi calati dall’alto, che “imprimono e inculcano” nozioni nel ragazzo, premiando «l’adattamento acritico e reprimendo gli interessi personali». Perciò è importante garantire, a partire dai giochi in branco/cerchio, spazi di protagonismo autentico, individuale e comunitario. Dare ai ragazzi la possibilità di contrattare le regole, esprimere i conflitti, sentirsi liberi di dissentire e stravolgere i programmi dei ‘capi’, dare a tutti la possibilità di sbagliare e, imparando dai propri errori, crescere più responsabili. Fare errori ci educa al dubbio, sapersi verificare insieme è un formidabile strumento di crescita.
Quando non si trasforma nello svolgimento passivo di qualche ‘buona azione’, autoassolutoria e tranquillizzante, magari realizzata solo in contesti ‘protetti’ e strutturati ad hoc, anche il servizio diventa essenziale per imparare a ‘saper obbedire’ alla propria coscienza.

Il servizio comporta la compromissione con la vita e le sofferenze di chi decidiamo di incontrare. Ben venga lo shock emotivo che può derivare dalla visione senza filtri dell’oppressione e dalla nostra complice solidarietà diretta con chi la subisce. Se necessario, l’invito è quello a non rinunciare agli strumenti principali della nonviolenza, che il Patto associativo indica come via specifica con cui camminare verso la pace, che sono la non collaborazione con il male e la disobbedienza civile. Potremmo trovare molti ostacoli al nostro servizio, quando non è funzionale alle dinamiche di mantenimento dello stato delle cose, ma anche questo ci rafforzerà nella consapevolezza dell’irrinunciabilità di prendere posizione e saper stare serenamente fuori dal coro.

Cercare di superare le ingiustizie che incontriamo, rende inevitabilmente politica la nostra proposta, capace di formare persone in grado di dissentire e consapevoli che, quando non lo fanno, con la loro ignavia esprimono un tacito assenso. Se non fornissimo ai nostri ragazzi gli strumenti per farsi un proprio pensiero critico, offriremmo un alibi a quanti domani potranno dire: «Non sapevamo si potesse dire di no».

Generale, il tuo carro armato è una macchina potente. Spiana un bosco e sfracella cento uomini. Ma ha un difetto: ha bisogno di un carrista.

Generale, il tuo bombardiere è potente. Vola più rapido d’una tempesta e porta più di un elefante. Ma ha un difetto: ha bisogno di un meccanico.

Generale, l’uomo fa di tutto. Può volare e può uccidere. Ma ha un difetto: può pensare.
Bertolt Brecht (Germania, 1898-1956)

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