L’incomprensibile logica dell’amore

Incaricati nazionali branca R/S

Sarebbe bello se ci fosse una definizione, un articolo del regolamento metodologico che spiegasse come educare all’accoglienza e come essere accoglienti. Ma non c’è nulla di esplicito a riguardo. Possiamo parlare di stile, di clima di accoglienza. Come a dire che l’accoglienza è un atteggiamento che si ripete, che sfrutta le occasioni che si presentano per esplicitarsi. Quali? Ce lo possono dire i nostri rover e scolte… Mattia, non era certo di voler entrare in noviziato, anzi pensava che il suo percorso scout potesse terminare con l’esperienza in reparto. Mattia oggi inizia a camminare sui passi di responsabilità. Sostiene che il momento della salita in Noviziato sia stato determinante. La comunità è riuscita a metterlo a suo agio, a fargli sentire il desiderio di fare strade nuove insieme, l’ha spronato a mettersi ancora in gioco.

Alla domanda «quando ti sei sentito accolto?», Andrea ha in mente la prima notte a casa al ritorno dalle Route: il suo pensiero è «Buona notte, fratelli». È un po’ come dire che sentirsi accolti è il primo passo, continuando a camminare insieme si sviluppa un senso di fratellanza che cementa le relazioni le rende più piene.

Giulia racconta che il Clan l’ha accolta quella volta che tutti hanno accorciato il loro passo per permetterle di stare avanti e non perdere terreno. Ancora una volta è la Strada ad aprire opportunità: spesso ci piace guardare all’immagine del traguardo raggiunto. C’era una sfida, ho saputo trovare energie e determinazione e l’ho vinta. Ma la Strada può essere un’esperienza positiva anche (e forse soprattutto) quando per raggiungere il traguardo le mie sole forze non bastano. Arrivare insieme è più importante che arrivare prima, è più importante che arrivare da soli. C’è un cambio di prospettiva: in fondo al gruppo, 100 metri più indietro, ci si può sentire un peso. Essere accolti è sentirsi amati. Il Clan che cammina dietro di me diventa una spinta, mi fa capire che ce la posso fare, anzi che ce la possiamo fare.

Condividere il peso dello zaino per un tratto, affiancarsi per fare due chiacchiere e distrarre dalla fatica, accorciare il proprio passo fino a lasciar andare avanti il nostro compagno per essere sicuri che non rimanga troppo indietro: una comunità accogliente si riconosce anche dalle piccole scelte che fa quando si accorge che un compagno è in difficoltà.

E poi ci sono gli incontri che si fanno. L’esperienza di essere ospiti, magari quando la logistica non aveva programmato tutto al meglio e la Provvidenza ha dovuto intervenire, è insostituibile. Quante volte abbiamo provato quel sentimento di imbarazzo misto a gratitudine: non avevamo altra scelta, abbiamo dovuto chiedere avendo poco o nulla da dare in cambio, chi ci ha accolto poteva dire di no e invece ha aperto la porta di casa a degli sconosciuti (quantomeno ingombranti). Si innesca la logica incomprensibile: ricevo qualcosa non perché l’ho meritato, né perché ne ho diritto, ma perché qualcuno pratica il dono.

Asia invece ha in mente due occasioni di servizio: quella volta appena entrati in casa famiglia, i bambini hanno cercato subito di giocare insieme. C’è un ospite e quindi non bisogna perdere tempo, ecco che ti mostro i miei giochi, vediamo cosa possiamo fare insieme. E poi un’altra volta in Caritas: un clan che si presenta “per fare servizio” mette in crisi le abitudini consolidate, non è facile inserirsi senza disturbare, la prima sensazione è quella di essere pesci fuor d’acqua. Essere accolti significa sperimentare in qualche modo una relazione più intima. Qualcuno di fronte a noi ci offre uno spazio della sua vita, si lascia “invadere”. Chi sta davanti a noi, prima di essere accolto, ci accoglie. Per entrare in relazione con noi apre la sua casa, condivide le sue cose, e ancor di più mette in discussione le sue abitudini oppure lascia che siamo partecipi delle sue fatiche o addirittura delle sue sofferenze.

Ecco allora che riconoscere questo aspetto aiuta a vedere anche il servizio in un modo diverso. La chiave di successo non è più solamente «quanto sono stato utile», ma anche quale relazione ho vissuto. Si passa dal «dare da mangiare» al «date voi stessi (complemento oggetto) da mangiare».

Perché è nella reciproca relazione di accoglienza in cui si dona e ci si fa dono che si costruisce qualcosa di nuovo, nell’altro, nel territorio e in noi stessi. E si fanno nuove le cose. S’impara ad amare sperimentando di essere amati. Si può imparare ad accogliere sperimentando di essere accolti.

[Foto di Martino Poda]

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