Il buon servizio non andrà perduto

di Bill (Paolo Valente)

Un bienfait n’est jamais perdu. L’ho sentito ripetere spesso sui sentieri dell’Africa occidentale. Una buona azione non si perde mai. Il proverbio viene spesso interpretato in senso restrittivo: quello che fai di buono prima o poi troverà la sua ricompensa. Può essere. Ma credo che quel pensiero, così diffuso tra i poveri, abbia un significato più profondo: il bene non si perde, rimane per sempre. Fa parte di quella realtà (la quale a volte ci sfugge) che i vangeli chiamano “vita eterna”. Ecco dunque: le cose buone, le cose fatte con autentico amore, non si perdono, durano per sempre.

Dopo questa premessa mi è più facile parlare della gratuità come di ciò che dà senso al servizio. Ad ogni servizio: quello educativo e quello prestato in tutti gli altri campi della vita per il bene di tutti e di ciascuno. Se il servizio ha come orizzonte il bene dell’altro, allora tutto il tempo, tutti i sentimenti, tutta la passione che noi vi investiamo, tutto ciò non andrà perduto. Ciò che dà senso al servizio non è l’idea che prima o poi quello che faccio tornerà a mio beneficio, ma la convinzione (la fede) che ciò che faccio con amore non si perderà. Resterà nella mia vita e nella vita dell’altro. Prima o poi emergerà come qualcosa di prezioso e necessario per continuare a vivere.
Gratuità è fare qualcosa senza chiedere (senza aspettarsi) nulla in cambio. Gratis. Come un dono. Come un prestito a fondo perduto (ma che non si perderà). Uscendo dalla logica del do ut des: io ti faccio un bel regalo, così tu domani ti ricorderai di me… “A buon rendere”… Nel caso del servizio? Do il mio tempo, le mie energie ad altre persone, ad un gruppo di bambini o di giovani, così poi mi sento importante, mi sento bene, ho un ruolo che altrimenti non avrei, così mi diverto e chi più ne ha più ne metta. Tutte cose più o meno presenti (e che più o meno ci frenano) nel nostro normale approccio al servizio.
A questo punto un chiarimento importante: non è che il servizio e il dono non debbano gratificare o divertire. Solo che il divertimento e la gratificazione non sono lo scopo del servizio. Ne sono semmai una conseguenza. Lo scopo del servizio è il bene dell’altro. Punto e basta. Tutto il resto ci viene dato in aggiunta, ha detto qualcuno. C’è anche tutto il resto (la gratificazione, il divertimento…) ma è un’aggiunta che ci viene a sua volta donata e ci riscalda il cuore perché è un raggio di quel bene che abbiamo contribuito a realizzare.

La gratificazione e il divertimento, se il servizio è davvero gratuito, si trasfigurano in quella che chiamiamo “felicità”. I Vangeli usano la parola “beatitudine”. Felici (beati) sono coloro che si mettono al servizio della giustizia e della pace in uno stile di povertà, di mitezza, di misericordia, di trasparenza, portando, se necessario, il peso del pianto, dell’insulto e della persecuzione (Matteo 5,3-11). C’è un altro passo in cui il Vangelo unisce servizio e felicità: “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Luca 12,37). Compito dei servi è dunque restare svegli: “siate pronti”(“estote parati”). I servi, contro ogni logica mondana, saranno poi serviti.
L’idea di gratuità va messa in stretta relazione con ciò che i Vangeli chiamano “agape”, che noi traduciamo “carità” e che significa, in definitiva, “amore gratuito”. Non si tratta di un’idea lontana dalla realtà, di una riflessione di tipo esclusivamente spirituale, di qualcosa che non ha nulla a che fare con la “vita vera”, dove “nessuno fa niente per niente”. Nel mondo, anche vicino a noi, anche nelle nostre famiglie e nei nostri gruppi, ogni tanto (se siamo attenti, “svegli” come i servi di cui sopra) possiamo senz’altro trovare qualcuno che ama davvero di amore gratuito. Non chiede nulla in cambio e le sue buone azioni non vanno perdute. Ma non si tratta solo dei rapporti interpersonali. Secondo papa Francesco, che nelle parole che seguono cita il suo immediato predecessore, “dobbiamo convincerci che la carità è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici” (Evangelii gaudium, n. 205). Questa, se vera, è davvero una buona notizia. Vuol dire, per tornare al nostro proverbio, che niente resterà di guerre, stragi, esodi forzati, cimiteri marini, persecuzioni, disastri ambientali e crisi economiche, mentre nulla di ciò che viene fatto quotidianamente, ad ogni livello, per il bene comune andrà perduto. Sono in molti, oggi, a riflettere su temi come l’economia del bene comune, la logica del dono, l’economia di comunione e così via. Se tutto ciò è vero, allora è necessario “uscire” a portare questa buona notizia. Il servizio educativo è un modo per farlo. Lo è quando sa essere testimonianza diretta della gratuità e della logica del dono. Se tutto ciò è vero, mi pare, vale veramente la pena fare la propria parte.

Il servizio, nella gratuità, non è più solo un fatto personale, ma rientra in quel flusso di bene che possiamo chiamare, leggendo i Vangeli, in diversi modi: cercare il regno di Dio e la sua giustizia (Matteo 6,33), aspirare alla vita eterna (Marco 10,17, Giovanni 10,28), essere beati (Matteo 5, Luca 6), amare di amore gratuito. Nella consapevolezza che ciò che resta, alla fine del viaggio, sono i frutti della carità, dell’amore gratuito (1Cor 13,13). Le ore, la fatica, l’energia riversate nel servizio fatto con amore gratuito non andranno perdute. “Le bienfait n’est jamais perdu”, ripeteva la mamma africana. Ed era il suo modo per esprimere la sua fede nella vita e per dire grazie.

 

Leggi il numero di Proposta Educativa dedicato al servizio

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