In branco/cerchio, in reparto, in noviziato e in clan/fuoco: a volte il nostro essere capi si manifesta pienamente stando vicino ai nostri bambini e ragazzi. Anche nelle relazioni in Co.Ca. è importante riconoscere quando, più che offrire soluzioni, sia necessario semplicemente esserci.
Stasera c’è Co.Ca., dobbiamo continuare il lavoro sul nuovo Progetto educativo e ognuno deve portare una citazione che racconti cosa significhi per noi. Non so cosa scegliere, nulla mi sembra interessante e significativo. Ho paura di essere banale, di sembrare ripetitiva. Non ho voglia di andarci. Ma la telefonata di Martina cambia tutto: “Mi passi a prendere tu? Ti racconto dell’altra sera”. Non posso mancare, sono curiosa e mi fa piacere ascoltarla.
Quando chiudo al telefono con Martina mi viene in mente una frase di un libro che ho letto alcuni anni fa, “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano: “Ci sono momenti in cui si ha bisogno di qualcuno che ti stia accanto, e non importa se non sa che cosa fare, l’importante è che ci sia”. Semplice, ma almeno ho qualcosa.
L’incontro con Martina è stato piacevole, arrivo a Co.Ca. carica di energia. La riunione passa veloce, tante citazioni, il Progetto educativo si chiarisce. Sono pronta per lavorare con i fratellini e le sorelline del mio cerchio.
Tornando a casa accompagno Federico. Mi è sembrato molto giù durante l’intera serata e in effetti gli esami vanno male, i suoi genitori si stanno separando e lui sogna di andare all’estero, ma le difficoltà economiche glielo impediscono. Passiamo un’ora a parlare delle sue fatiche. Federico è in staff con me quest’anno, ma non avevamo mai avuto una chiacchierata così lunga. Torno a casa con una strana sensazione. Vorrei aiutarlo, ma non so come fare. Lui mi scrive: “Grazie!!! Era tanto che non mi sentivo così bene: visto, ascoltato e compreso. Spero un giorno di ricambiare questa gentilezza. Stanotte mi sembra di poter ricominciare a camminare. Buona notte”. Non credevo di aver fatto nulla di speciale, ma forse dobbiamo smettere di pensare che prendersi cura dell’altro significhi sempre offrire soluzioni pratiche.
Credere nell’accanto significa realizzare che la solidarietà non è solo aiuto pratico, ma vicinanza affettiva. È una presenza che non giudica, non invade, ma accoglie senza pretese. Credere nell’accanto significa riconoscere che, in certi momenti, la cura non consiste nell’offrire soluzioni, ma nell’esserci. In maniera autentica e vera. È camminare insieme, rispettando anche le paure, i vuoti e i momenti di difficoltà così come riconoscendo le capacità e le possibilità di ognuno. In questo “gioco magico”, quando accogliamo l’altro, riceviamo anche qualcosa. In fondo, l’esperienza dell’accanto è un arricchimento reciproco che alimenta le emozioni, i legami e le possibilità di ciascuno.
Ecco perché quella sera la mia presenza a riunione, come quella di Martina, di Federico, di Michele, di Giulia e di tutti noi aveva un senso, perché la Comunità capi non è solo un luogo dove le persone si trovano insieme per un fine pratico, ma è, soprattutto, una fonte di speranza. Un luogo dove poter credere e costruire concretamente un fare educativo che diventa crescita per tutti. È un laboratorio dove non c’è attesa inoperosa di un domani che verrà o un luogo di rimpianto nostalgico del passato, ma uno spazio dove si è tutti in un cammino continuo di condivisione, crescita, supporto e impegno comune. La forza della Comunità capi sta proprio nella sua capacità di essere accanto anche quando semplicemente si passa a prendere qualcuno o lo si riaccompagna a casa. Ed è solo quando sperimenti davvero l’accanto che questo diventa parte del tuo stile: quando qualcuno ti ha aperto la porta, ha portato per te lo zaino, ti ha coperto con la propria giacca, ti ha insegnato un nodo, ha ascoltato i tuoi racconti: quando hai incontrato un luogo così, allora puoi desiderarlo non solo per te, ma anche per gli altri che ti stanno accanto.
[Foto di Andrea Pellegrini]
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