Siamo stati al Centro Astalli di Roma, sede del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, in un sabato di chiusura. Ne abbiamo attraversato gli spazi e ci siamo messi in ascolto di chi lo gestisce per poi provare a chiederci cosa sia la speranza e cosa significhi oggi sperare.
Cos’è la speranza? Per qualcuno è un concetto astratto, per i rifugiati politici che giungono a Roma è un indirizzo. A pochi passi da Piazza Venezia, in pieno centro, dietro una piccola porta verde che si affaccia sulla strada, “vive” il Centro Astalli. Una realtà dove, da oltre quarant’anni, gesuiti e volontari accolgono chi arriva in Italia in fuga da guerre e violenza. Padre Alessandro e Nicolò ci hanno accompagnati alla scoperta della sede in cui si trova il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati – JRS, la cui missione, dal 1981, è quella di accompagnare, servire e difendere i diritti dei rifugiati. Il Centro durante la nostra visita è chiuso ma, come ci raccontano, è impossibile durante le ore di punta non notare la fila di persone in attesa di varcare quella soglia.
Superato lo sportello dell’accettazione, tramite le scale che portano al piano sottostante, si arriva dove la speranza diventa tangibile. È curioso osservare come i veri problemi del mondo si tocchino con mano sotto terra, in uno scantinato.
Il primo spazio che incontriamo è il bagno, come se in quella possibilità di fare una doccia fosse racchiuso il desiderio di restituire un po’ di dignità umana a chi ha viaggiato a lungo in condizioni ostili. Proseguendo arriviamo alla mensa, l’ambiente è tranquillo ma al tempo stesso l’inquietudine di chi siede a quei tavoli è palpabile – ci racconta Padre Alessandro. Ognuno porta dentro di sé le proprie croci che custodisce nel silenzio di un pasto spesso solitario. Non è semplice fare amicizia e fidarsi di qualcuno di sconosciuto quando fuggi dalle atrocità umane. A volte ci sono storie che nascono dal mangiare insieme, storie di speranza di chi vuole riconciliarsi con le radici per custodirle.
I tentativi di ricreare il tepore di una casa sono racchiusi anche in piccoli gesti di cura: sui muri ci sono cartelli che rassicurano sull’utilizzo di alimenti che rispettino ogni religione; nella mensa c’è un piccolo spazio vuoto dove le persone musulmane possono rifugiarsi nella preghiera.
Pregare Dio dopo giorni di digiuno forzato e di solitudine è per molti l’unico conforto. Nella disperazione la preghiera diventa occasione di speranza e di riconciliazione: per questo è stata pensata la “Cappella della Fuga in Egitto”, uno spazio dove sostare e affidarsi a Dio.
Alla fine del corridoio c’è l’ambulatorio, dove medici e infermieri volontari offrono le prime cure. Per le necessità più specifiche nel 2006 è nato il progetto SaMiFo (Salute Migranti Forzati), con un protocollo d’intesa tra la ASL Roma 1 e il Centro Astalli. Il progetto ha sede in un poliambulatorio vicino alla Stazione Termini, luogo molto frequentato dai migranti presenti in città.
Oggi il Centro Astalli è molto più di un centro di accoglienza. L’obiettivo è accompagnare i migranti nella vita in superficie, per ricostruire insieme un nuovo cammino. Questo si concretizza anche tramite la possibilità di svolgere tirocini lavorativi per aprire nuove prospettive: sono tutti gesti concreti di giustizia che permettono di alimentare nel presente speranze per il futuro.
Dal 2002 il Centro Astalli è impegnato anche nella promozione di una società in cui le diversità diventino occasione di ricchezza e non vengano vissute come un ostacolo. Il dialogo interreligioso è un tema importante: da qui nasce il progetto “Finestre” nelle scuole italiane, grazie al quale migliaia di studenti ogni anno hanno la possibilità di ascoltare le testimonianze di uomini e donne richiedenti asilo. Dalle parole di Nicolò, che è coinvolto in prima persona in questo progetto, emerge tutta la bellezza racchiusa in questi incontri: occasione, per i ragazzi e le ragazze, di mettersi in ascolto di una realtà spesso lontana, ma capace di parlare anche alle loro vite, e, per i richiedenti asilo, per raccontarsi come persone. Un incontro capace di far risplendere la speranza nelle storie dei migranti e offrire una consapevolezza maggiore allo sguardo degli studenti.
Dai racconti ascoltati emerge come la speranza resti la cosa più preziosa, l’ancora a cui aggrapparsi lungo il viaggio e che segna il destino di queste storie. Padre Alessandro (richiamando Papa Francesco) chiama i rifugiati “lottatori di speranza” perché, nonostante le ingiustizie subite, non perdono la speranza nel futuro e il desiderio di vivere una vita, finalmente, felice.
[Foto di Chiara Bonvicini]
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