Una porta che si apre?

di Marta Iatta

L’incontro passa attraverso la soglia: quella dell’altro e la nostra. Una soglia da varcare dopo aver bussato, affidando a un gesto così carico di attesa, aspettative e magari timori. Il nostro essere capi ci chiede di essere porte aperte per i nostri ragazzi e allo stesso tempo di bussare con dolcezza e curiosità alle loro.

 

Era una calda giornata di agosto, quarto giorno di route estiva del clan “La Bussola” sull’Altopiano di Asiago, lungo un sentiero della Prima Guerra Mondiale. Quindici ragazzi e ragazze pronti a scoprire il mondo. 

Dopo alcune ore di cammino si fermarono per una pausa. Il sole splendeva alto, l’acqua nelle borracce stava finendo e decisero di cercare un’abitazione per chiederne un po’ e un posto per montare le tende.

“Giù gli zaini”, disse Luca, il capo clan. Alcuni ragazzi lo seguirono e raggiunsero una piccola casa di legno, circondata da un giardino fiorito, dove colori vivaci e profumi d’erbe aromatiche riempivano l’aria. Bussarono timidamente alla porta.

Toc toc, buongiorno, si può?

Bussare a una porta, aspettare una risposta, implica una scelta di fiducia. È un atto di speranza che richiede uno sforzo verso l’altro; credere, cioè, che ci sia qualcuno disposto ad ascoltare e collaborare.

Mi scusi, avrei bisogno di…

Quando finalmente bussiamo, l’attesa può sembrare un’eternità, non stiamo solo cercando aiuto, ma anche un’opportunità, una possibilità di trovare ciò che in quel momento cerchiamo, sapendo di avere bisogno dell’altro, di un altro, non sempre e non solo conosciuto e noto.

Toc toc, chi bussa a questa porta?

Quando qualcuno bussa, ci costringe a una scelta. La tentazione di rimanere fermi e osservare attraverso lo spioncino è forte. È un momento di sospensione, dove curiosità e cautela si mescolano. Chi è? Qual è la sua storia? Le domande si affollano nella mente, mentre cerchiamo un indizio per decidere.

Aprire la porta significa esporsi al rischio dell’incontro e accettare l’incertezza di ciò che potremmo scoprire. È una scelta che richiede coraggio e volontà di instaurare un dialogo. In quel momento, si pongono domande fondamentali: Chi sei? Perché sei qui? Di cosa hai bisogno?

Dopo un momento, si aprì la porta e apparve un uomo anziano con barba bianca e occhi gentili. “Buongiorno, come posso aiutarvi?” chiese sorridendo. Luca spiegò: “Siamo scout e cerchiamo acqua e un posto dove piantare le tende.” L’anziano annuì: “Certo, entrate!” Li portò in cucina, dove una brocca colma d’acqua li attendeva. “Servitevi, è pura e fresca!” disse orgoglioso.

Quando la porta si apre e compare un volto sorridente, il mondo sembra schiudersi. Quella persona, con gentilezza, diventa un faro di umanità. Non si tratta solo di soddisfare una richiesta, ma di un incontro che può diventare un ricordo indelebile. Aprire la porta rappresenta la disponibilità ad accogliere l’altro, creando uno spazio di calma.

Per i ragazzi, bussare significa intraprendere un viaggio nell’ignoto: può portare a nuove amicizie od opportunità, ma comporta anche il rischio di essere giudicati. È un gesto carico di speranza e curiosità. A noi capi spetta l’inquietudine della scelta: aprire, sostare, ascoltare, offrire uno spazio dove possano sentirsi accolti e avere la possibilità di cercare insieme un significato a ciò che vivono e a ciò che sentono, anche solo per il breve momento di una riunione.

Attorno al fuoco, i ragazzi raccontarono le loro avventure, ridendo insieme. L’anziano si unì a loro, condividendo aneddoti della giovinezza. Prima di andare a dormire, una preghiera vera salì da tutti loro, grati per la gentilezza di chi aveva aperto la porta di casa e condiviso la propria storia.

‘Toc toc! Chi bussa? Avanti!’ è un richiamo a riconoscere che siamo tutti parte di una grande comunità. Questo è il nostro mandato come capo e capi della nostra Associazione, questa è la nostra storia come esseri umani, questa è la nostra speranza come figli di Dio.

 

[Foto di Valeria Leone]

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