Sedersi a tavola, guardarsi negli occhi, sorridere, raccontarsi: rispetto al passato, cosa significa oggi mangiare insieme? Quanto le nostre vite e le nostre relazioni profumano del buono del “pane quotidiano”? Come possiamo accompagnare le nostre unità a crescere nell’ospitalità della tavola?
Oggi la tavola sembra essere sempre più uno spazio e un tempo difficile da vivere rispetto al passato, cui si associa l’idea del pasto come momento di qualità. Il ritorno dai campi, il rientro dalla fabbrica, un’interrogazione andata male, la luce di uno sguardo che rimanda a un nuovo affetto, un tramonto visto in macchina nel tragitto verso casa, una pena d’amore o l’esito atteso di un esame medico che rincuora: tutto companatico di cui imbandire la mensa. Rientrando a casa un giovane trovava il suo posto a tavola, con il piatto fumante ad attenderlo, il caffè da fare e la tavola da sparecchiare per fare la propria parte. A casa mia, nonostante i miei tornassero dopo di me e di mio fratello, ci si aspettava, correndo il rischio di mangiare anche molto tardi, a volte.
Dai nostri genitori abbiamo imparato che, se invitati, non ci si presenta mai a mani vuote e, se ospiti di parenti prossimi o amici cari, ci si aiuta nel preparare insieme la tavola da condividere. Se da bambini si vive da ospiti la tavola, segno della cura degli adulti, si cresce imparando a mettersi a servizio e a condividere. La stessa dinamica la possiamo vivere nelle nostre attività: con gli esploratori e le guide che ci possono invitare per un pasto negli angoli di squadriglia; con i rover e le scolte, che possono essere affiancati da un capo nei pasti in route, lasciando a loro la definizione del menù, o anche solo di una parte. Insieme ad altri impareranno a prendersi cura di un ospite da accogliere. Il pasto non è quel tempo in cui, in un contesto così libero e allo stesso tempo capace di fondere le esistenze, nel diventare compagni, spezziamo, consegniamo e ci lasciamo consegnare la vita?
Spesso si impara a mangiare quello che si ha nel piatto con l’età, talvolta è la vita stessa che ci insegna ad accogliere tutto quello che ci viene donato, magari ci si scopre amati quando nel piatto c’è il cibo della propria terra. Come quando arriva “il pacco da giù” agli studenti fuori sede, come quando mamma e papà preparavano il piatto preferito al ritorno dal campo di reparto o come quando alla mensa del Centro Astalli i pasti vengono cucinati secondo le norme halal, affinché non ci si senta stranieri e ci si renda conto di avere radici che, anche se lontani da casa, restano salde.
Fermarsi, sedersi a tavola, rispondere al bisogno di mangiare ci ricorda che abbiamo necessariamente dei doveri anche verso il nostro corpo, che c’è un tempo scandito da un’imprescindibile concretezza quotidiana – seduti, esattamente come la Manna che il popolo d’Israele riceveva nel cammino del deserto: provvidenza di Chi si prendeva cura della sopravvivenza di un popolo. La Manna, nel libro dell’Esodo, era la misura di un giorno, di un oggi dove si riceve un pane: il pane quotidiano. Era la misura della fede ma anche di una relazione dove il Dio dei padri si presentava, tramonto dopo tramonto, a un popolo che doveva imparare a fidarsi di Lui.
Oggi il rischio è che il tempo del pasto condiviso sia cancellato perché “non abbiamo tempo”, oppure perché è faticoso guardarsi negli occhi in silenzio l’uno di fronte all’altro, o ancora perché stare a tavola può richiedere la disponibilità a raccontarsi, a condividere qualcosa di sé. Nell’esperienza dell’amore si comprende la differenza tra il nutrire e il cucinare per qualcuno, tra un pasto veloce in un fast-food e il profumo della cucina della nonna, tra il bisogno da espletare e un amore da vivere. Ecco perché alle mense della Caritas, così come a tavola con gli amici più cari o con la propria famiglia, le parole più difficili da dire riescono a uscire, a trovare un orecchio che le accoglie e un cuore che le custodisce.
Del resto, come ricorda la lettera agli Ebrei, raccontando tra le righe quello che successe ad Abramo alle querce di Mamre, “non dimenticate l’ospitalità; perché alcuni praticandola, senza saperlo, hanno ospitato angeli” (Eb 13,2): per quell’uomo anziano e per sua moglie che ascoltava nella tenda mentre preparava il pasto ai tre viandanti, infatti, gli ospiti furono forieri di buona notizia, una Speranza che non li lasciò delusi.
[Foto di Francesca Santeusanio]
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