L’angoscia e la mancanza di fiducia nel futuro caratterizzano il tempo in cui viviamo e rischiano di portarci all’’immobilità. La speranza è il motore del cammino e ci esorta – forti della presenza di Gesù con noi – a scorgere e custodire il bello anche quando il buio sembra prevalere.
Il Doomsday Clock (“l’orologio dell’apocalisse”) rappresenta un orologio metaforico, introdotto dopo la fine della seconda guerra mondiale dagli scienziati della rivista Bulletin of the Atomic Scientist dell’Università di Chicago, che misura il pericolo – ipotetico – della fine del mondo e dell’umanità. In esso, la mezzanotte rappresenta la fine del mondo e i minuti – per meglio dire, i secondi – l’intervallo di tempo che ci separa da essa. Originariamente pensato con riferimento alla guerra atomica, visti i timori seguenti al conflitto mondiale, oggi considera ulteriori aspetti che possono compromettere irrimediabilmente il nostro pianeta e la civiltà umana come, ad esempio, il cambiamento climatico. Le lancette, inizialmente fissate alle 23:53 (sette minuti all’apocalisse!), vengono spostate su decisione di alcuni professori e scienziati alla fine del mese di gennaio di ogni anno. Il 28 gennaio 2025 l’orologio segnava le 23:58:31, il minimo storico: meno di un minuto e mezzo alla fine.
Senza voler analizzare qui le conseguenze (e le cause) dei cambiamenti climatici derivanti dal riscaldamento globale e dei sempre più rapidamente mutevoli scenari geopolitici, tale orologio mi pare emblematico e rappresentativo del “clima” in cui siamo immersi: il futuro è cupo, la fine del mondo è vicina, le crisi si susseguono l’una all’altra senza soluzione di continuità. Il sentimento dominante è l’angoscia, manca la fiducia nel futuro e, con essa e ancor prima di essa, la speranza.
L’angoscia – parola che deriva dal latino angustia, che significa “strettezza”, e angere “stringere”- toglie la capacità di immaginare il futuro, preclude la vista alle possibilità di bene, facendoci rinchiudere su noi stessi. L’angoscia soffoca, irrigidisce, impedisce ogni possibilità di cambiamento e di miglioramento, non permette di mettersi in cammino.
Papa Francesco ha recentemente scritto: “La speranza ci sostiene e ci mantiene in cammino. Lo fa con noi cristiani, che abbiamo in essa la nostra ancora e la nostra vela, e dovrebbe farlo anche nella Chiesa. È il motore che ci fa vivere una Chiesa in uscita, con quel dinamismo che Dio vuole suscitare nei credenti”1. Essa richiede che non stiamo fermi, che viviamo e intendiamo la nostra vita come una continua tensione verso qualcosa di Altro: non è un caso che l’ambiente in cui L/C, E/G, R/S vivono preclude la possibilità di stare fermi – il volo, la caccia, l’avventura, la strada ci richiamano in continuazione alla dinamicità. Un movimento non fine a se stesso, non vano, che richiede anche i giusti momenti di “sosta”, in cui la riflessione su di sé, sulla propria comunità, sul mondo sia sempre richiamata all’annuncio evangelico.
La speranza non è da confondersi con l’ottimismo, per cui tutto andrà bene: la speranza è la certezza che quello che facciamo e viviamo ha un senso e ci porterà all’incontro con il Signore. Ci chiama ad agire, a migliorare, nel nostro piccolo, il mondo in cui viviamo, proprio perché siamo certi che la nostra vita “non finisce nel vuoto”2 e che, quindi, quello che facciamo ha un significato e può produrre cambiamento: non è forse quello che chiediamo ai lupetti e alle coccinelle nel gioco delle prede e dei voli? Alle guide e agli esploratori nelle specialità e nelle imprese di squadriglia? Ai rover e alle scolte nel capitolo?
A differenza dell’ottimismo e dell’angoscia, la speranza lascia le porte aperte a quello che ancora non c’è. Non dobbiamo sentirci in difetto quando i nostri ragazzi prendono strade diverse da quelle che avevamo immaginato per loro: quello che ci viene richiesto è accompagnarli, far scorgere loro, anche e soprattutto nei momenti più bui e di difficoltà, il bene che c’è in loro e fuori da loro e che, sempre e nonostante tutto, sono amati e accolti in un abbraccio che trascende ogni nostra logica e comprensione. Potremmo dire, riprendendo e andando oltre quanto scritto da un cantautore italiano, che “c’è il cielo azzurro e immenso nonostante il temporale”3.
Per concludere, scrive il filosofo coreano Byung-Chul Han “La speranza non volta le spalle alle negatività che attraversano la vita. Essa mantiene l’attenzione su di esse e ne preserva la memoria. Inoltre non isola le persone, ma le lega e le riconcilia. Il soggetto della speranza è un Noi.”4. Nella comunità e dalla comunità, arricchita dalla preziosità e dal vissuto di ognuno, è possibile una forma di vero cambiamento e rinnovamento.
All’angoscia dobbiamo – e lo stiamo già facendo, nelle nostre realtà, nei pensieri delle Comunità capi, nelle attività con i ragazzi e le ragazze a noi affidati – contrapporre la speranza. Il nostro tempo ne ha bisogno.
[Foto di Francesca Santeusanio]
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