Imparare la speranza

di Chiara Bonvicini

La Parola di Dio indirizza i nostri passi e illumina anche i momenti più bui, sostenendoci nell’imparare a camminare con speranza. Solo riconoscendo la presenza del Signore nella nostra vita potremo essere realmente profeti di speranza.

 

In silenzio scendiamo e ascoltiamo padre Alessandro, che guida il Centro Astalli a Roma. Nelle sue parole sentiamo delicatezza e cura; ci fa notare il nostro silenzio e ci rendiamo conto che stiamo contemplando il cammino di un’umanità sofferente.

Attraversiamo i locali della mensa fino alla cappella, piccola e piastrellata. Qui il pane è Gesù, ci sediamo quasi esausti per quell’ascolto commosso. Dietro di noi “La fuga in Egitto”, di fronte “L’ultima cena”, tracciate dalla mano capace di un ragazzo etiope, a raccontare la verità della comunità cristiana, che cammina per il mondo e condivide la mensa. Capiamo di essere arrivati al culmine della contemplazione; rimaniamo ancora per un po’ in silenzio. Consegniamo a Dio il senso di ingiustizia, di impotenza, di vicinanza umana che abbiamo provato. Sentiamo cosa vuol dire che Dio si è fatto uomo ed “è venuto ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14). Lo sentiamo dentro in profondità, è un urlo che chiede, che implora umanità per il mondo. È un abbraccio che vorremmo dare, ma che prima, ora, chiediamo a Dio.

Nicolò, novizio gesuita, ci racconta cosa significa incontrare queste persone e ascoltare il racconto delle loro vite che li hanno portati qui. Come quel ragazzo del Mali che sprofondava nel degrado, nell’avvilimento più terribile. Il saluto di un passante e la domanda: “Come stai?” lo hanno scosso e allora è cambiato tutto per lui. Quel momento di ascolto gli ha fatto trovare la forza per curarsi, per cercare nuove strade. Oggi lo dice: “La cosa peggiore è non avere speranza!”.

Un piccolo passo può aprire risorse umane, morali, spirituali e accompagnare alla speranza. I segni concreti di amore aprono alla riconciliazione con la propria storia, con se stessi e anche con Dio, alla memoria della sua Promessa di Bene.  A una speranza trascendente.

Sentiamo che ciò che padre Alessandro e Nicolò hanno raccontato ci porta in una dimensione più grande, come un ponte. Qui, nella casa di un’umanità ferita, nella “Cappella della Fuga in Egitto”, sentiamo che Dio è presente e che la vita va oltre. Ora possiamo andare, possiamo incontrarlo e vivere la speranza di averlo accanto ogni giorno

“Come stai?”

La domanda ci risuona dentro quando pensiamo ai bambini e ai ragazzi che ci sono affidati, alle capo e ai capi del nostro staff, della Comunità capi a cui apparteniamo. E in questa domanda saper stare. Accompagnare i bambini e i ragazzi significa anche questo. Stare al loro fianco quando non sanno in che direzione camminare. Riconoscere Dio anche lì. Essere per loro, con quella domanda, fedeli artigiani di speranza. Dare loro la possibilità di raccontarsi per riconciliarsi con la propria storia, perché le esperienze vissute, rilette insieme, possono far crescere la speranza.

Noi capi possiamo contemplare la loro umanità che cerca, contemplare il Signore che opera, essere segni concreti e vicini di un orizzonte di senso che ci è promesso. Possiamo esserci, con la creatività inesauribile dell’amore, nello stile scout che trova modi e gesti di pace e speranza. 

Come capi possiamo a nostra volta imparare a camminare con speranza. Possiamo ricordare il passato con uno sguardo di gratitudine, riconoscere la presenza del Signore nella nostra vita quando attraverso persone, incontri e situazioni ci ha fatto vedere possibilità di cammino. Il ricordare biblico è sempre generativo, trasformante, spinge in avanti. È un ricordare da cui nasce il futuro, perché siamo radicati su quella promessa di bene che Dio ci ha donato. E Dio è fedele.

Possiamo ravvivare la vita interiore, per fare spazio al Signore e dare spessore al nostro oggi, ma anche per mettere radici al nostro futuro. Coltivare la fiducia nella Parola del Risorto ci aiuta a diventare profeti e profetesse di speranza e non di sventure e di catastrofi. Possiamo crescere nella fiducia in Lui e in ogni essere umano, essere annunciatori di umanità. Speriamo non solo per noi stessi, ma anche per quelli che incontriamo. Speriamo anche nella notte per sostenere l’attesa del giorno. 

L’esperienza di una vita interiore vivace ci sostiene nel cammino e ci rende capaci di trasfigurare dall’interno quanto accade. San Paolo definiva i discepoli del Signore “figli del giorno” proprio per la capacità di anticipare il futuro e di prendersi cura dei fratelli e delle sorelle nelle difficoltà della vita.

Possiamo sperare insieme, cercare insieme nella Parola e nella vita il Signore, aperti alla novità di Dio, che ha una fantasia in grado di sorprenderci.

Sì, possiamo camminare, possiamo vivere la speranza di incontrarlo ogni giorno.

 

[Foto di Antonio Lombardo]

 

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