Il tuo nome, la tua storia

di Francesca Ricupati

La speranza è radicata nella storia di ciascuno; rileggere le proprie esperienze e guardarsi camminare alla luce di rinnovata consapevolezza aiuta ad accrescere il proprio sguardo di speranza. Quanto accompagniamo bambini e ragazzi a dare un senso a quel che sentono e quel che vivono? Quanto ci raccontiamo?

 

È notte. Il bivacco arde al centro del cerchio come un cuore pulsante, mentre le fiamme danzano e le ombre si allungano sulla terra. I ragazzi siedono vicini, le gambe incrociate e gli occhi fissi sulla luce, come se quella piccola fiamma custodisse un segreto antico.

Uno di loro parla. La sua voce è calma, calda, racconta una storia. È una storia di viaggio, di mare e di frontiere, la storia di chi, pur perdendo tutto, ha custodito la forza di rimanere ancorato alla vita. Gli altri ascoltano in silenzio. Ogni parola è come un pezzo di legna gettato nel fuoco: rischiara, riscalda, tiene viva la notte. E mentre la storia si srotola, ciascuno si accorge che non appartiene solo a chi la racconta, ma è di tutti. 

I piedi di ciascuno hanno percorso sentieri diversi, nello zaino domande, paure, esperienze, desideri e progetti. Ma in quel cerchio, sotto una tela di stelle, mentre scintille si innalzano leggere verso l’alto, le strade si incrociano, lo zaino si svuota e si ricolma al ritmo di un racconto, ora donato, ora raccolto.

Senza bisogno di dirlo, capiscono: la speranza nasce così. Nel fuoco acceso, nella voce che narra, nell’orecchio che sa ascoltare. Nella certezza che ogni storia merita di essere accolta e che ogni incontro può accendere una luce nella notte. 

Ci sono parole che pesano più di altre. Tra queste, il nome. Chiave d’accesso per varcare la soglia di un microcosmo. Quando chiediamo a un ragazzo: “Come ti chiami?”, dovremmo cercare di farlo guardandolo intensamente negli occhi, scrollando via ogni formalismo. Mi viene in mente quell’espressione che usano i Na’vi, gli umanoidi dalla pelle blu che popolano l’universo fantascientifico del film Avatar, quando entrano in connessione profonda. La scandiscono lentamente, fissandosi con dolcezza e fermezza: “Io ti vedo”. 

Ecco, chiedere e pronunciare il nome dei nostri ragazzi sottintende questa stessa dichiarazione d’interesse, di cura e d’impegno. Perciò dovremmo imparare a chiamarli con la voce di chi è desideroso di conoscerne la storia e a guardarli con gli occhi di chi è capace di percepirne l’essenza.

Quel “ti vedo, ti riconosco, sono qui per ascoltarti e accoglierti” è il primo passo per costruire una relazione educativa autentica: solo allora saremo pronti a scoprire chi c’è dietro a un volto e quel volto sarà pronto a svelarci cosa porta nel cuore, raccontandosi in un atto di estrema fiducia.

Sospesa tra i ricordi di ciò che non è più e le speranze di ciò che potrà essere, la storia è quanto di più prezioso ciascuno abbia e possa scegliere di condividere e consegnare. Per qualcuno, costretto a lasciarsi alle spalle una vita, una terra, una famiglia e una casa, è tutto ciò che rimane. 

Quanto può essere terapeutico raccontare e raccontarsi! La narrazione di sé è un atto generativo di senso, indispensabile per dare forma e ordine alle esperienze, per rileggere e trovare il significato della propria storia. È anche, e soprattutto, il preludio di un cambiamento: le parole con cui ci si racconta trasformano la percezione di sé e del mondo, plasmando, a partire da una consapevolezza e una prospettiva nuove, identità e strade inedite. Di questo racconto, come capi, possiamo essere testimoni privilegiati, durante un gioco, un fuoco o un tratto di strada.

Se, nelle esperienze condivise con i nostri ragazzi, sapremo creare spazi sicuri e silenzi densi di quel “io ti vedo”, potremo restituire loro quella storia con uno sguardo diverso, cercando di individuare insieme a ciascuno quella scintilla che brilla nel buio chiamata speranza.

 

[Foto di Rachele Ferrè]

 

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