Un contorno dietetico

Dio nutre davvero la nostra vita?

A monte di un cammino di fede c’è sempre un’esperienza di sazietà e di abbondanza». Chiediamo a don Manuel Belli di aiutarci a sentire il gusto dell’abbondanza nell’esperienza di fede. Oggigiorno sembra che nel piatto della vita, Dio sia relegato a un contorno dietetico. Come Dio nutre invece la nostra esistenza?

«Aristotele scriveva che l’inizio della filosofia è la meraviglia. Credo che lo stesso valga anche per la vita di fede. In circostanze per ognuno diverse. Chi proseguendo in continuità con una fede trasmessa in famiglia, chi invece riscoprendola dopo una fase di critica. Qualcuno partendo dalla bellezza della natura, altri dalla profondità della Scrittura. Per molti anche la notte del dolore è stata il buio che ha fatto intravedere le stelle. Dopo viene il tempo in cui mettersi a capire, con il pensiero e la preghiera, se si tratti di una possibilità che valga una vita. Ma tutti si parte dall’esperienza di una sazietà di vita insospettata e inedita. Gesù non dice infatti “prendete e leggete”, ma “prendete e mangiate”».

C’è ancora fame di spiritualità tra i ragazzi oggi? Come si pongono rispetto alla fede? «Parlando di “prima generazione incredula”, Armando Matteo sostiene che i giovani non sono di per sé contrari alla fede, semplicemente hanno imparato a farne a meno. Una ricerca dell’Università Cattolica con il titolo “Dio a modo mio” racconta inoltre che l’oggettività della fede garantita da un’istituzione non gode di alcun credito da parte dei giovani. Non gli basta cioè che la chiesa, la famiglia, l’associazione dicano delle cose per poterle ritenere vere».

Sono così autoreferenziali?

«Il punto è un altro. Sospettosi di tutto ciò che sa di istituzionalizzato, i giovani sono invece molto più sensibili alla testimonianza personale. Mentre danno un 4 in pagella di credibilità alla Chiesa, promuovono invece a pieni voti papa Francesco e il loro educatore in parrocchia».

Come raccontargli quindi che la nostra vita, partendo dallo scautismo che viviamo assieme, è innanzitutto un’esperienza di fede?

«Il motore che accomuna un branco mentre inventa un’attività a tema, una squadriglia che progetta un’impresa e un clan che si impegna in una presa di posizione al termine di un capitolo, è una promessa di bene appena intravista. Io non trovo una parola migliore di “fede” per chiamare questo desiderio di coltivare delle promesse di bene, realizzabili solo con il consenso della nostra libertà. E questo facciamo con lo scautismo. Costruiamo insieme un contesto educativo che favorisca la possibilità di vedere il bene, la grandezza, la bellezza, la giustizia, l’amore e favoriamo le condizioni perché i singoli e le comunità possano andargli incontro. Così facendo, il 95% dell’annuncio della fede cristiana è fatto!».

E il restante 5%?

«Alla fine delle attività sediamoci assieme e diciamo “La cosa più bella che ti possa capitare si chiama Vangelo, che ti racconta la verità di quello che hai vissuto e ti mostra nuovi orizzonti”. Chiamerei “catechesi” questo 5%».

Il passaggio dal bisogno di spiritualità alla fede cattolica è quello più critico. Come non perdersi?

«So di fare una caricatura dicendo che la risposta media di un giovane capo sulla propria vita di fede su BuonaCaccia è: “In cammino”. La interpreto come “Gesù ok, amore ok, creazione ok, spiritualità ok, ma se parli di chiesa, morale, riti, precetti, preghiera… allora mi perdo”. Non è che i capi, soprattutto i più giovani, non ne sappiano nulla di fede. Forse ne sanno pure troppo.

Ma quando si confonde centro e periferia della fede si corre il rischio di andare in crisi anche per aspetti marginali. Penso a quando mettiamo sullo stesso piano norme di morale sessuale e Vangelo, o confondiamo il valore di una Messa con la sopportabilità dell’omelia. Facciamo invece un po’ di ordine e mettiamo al centro la persona di Gesù di Nazareth. La fede cristiana inizia con una seduzione, che il messaggio evangelico e la persona di Cristo sono in grado di operare. Chiarito questo, ciò che della “periferia” non ci convince sarà occasione per un impegno rinnovato. Senza questo, ci smarriamo in un mare di nozioni e perdiamo in ultimo l’appartenenza ecclesiale».

A parole ognuno di noi vuole mettere al centro Gesù. Sentire Lui al centro, e vivere di conseguenza, non è invece altrettanto immediato…

«Conservo nel cuore un ricordo simpatico e graffiante del cardinal Martini. Quando venne a tenere una meditazione in seminario, ci disse con simpatia che nella sua diocesi aveva molti preti credenti e si diceva contento se almeno metà di loro fossero anche cristiani. Chiedendogli di spiegarci la differenza tra credente e cristiano, disse: “Uno è cristiano quando nella sua vita ha sperimentato personalmente il perdono di Gesù Cristo”. La fede cristiana non è il sapere che esiste Dio e che Gesù è suo Figlio, ma inizia quando riesco a mettere insieme i pezzi della mia vita, le mie ombre, i miei veleni, scoprendo il nesso con la croce e la risurrezione. Sperimentando di essere singolarmente amato».

Essere testimoni autorevoli e felici della nostra storia di Fede. É moltissimo, ma basta?

«Mi fa un po’ tremare la domanda, soprattutto in questo periodo. Penso al primo lockdown, dove a fianco delle parole di risurrezione e di gioia delle omelie dei giorni pasquali, collocavo le centinaia di morti giornaliere. Che fatica! Mi sarebbe sembrata più vera una condivisione del turbamento. Sì, autorevoli e felici va bene. Ma anche un po’ affaticati ogni tanto, ma veri, io penso che vada bene comunque. Forse meglio».

Don Manuel Belli
Nato nel 1982, è prete della diocesi di Bergamo da 12 anni. Dopo Teologia, sta conseguendo un master in Filosofia. Già assistente ecclesiastico di alcuni gruppi, bazzica per CFT L/C e CFA e accompagna comunità R/S in Terrasanta.

[Foto di Nicola Cavallotti]

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