Sdeng sdeng sdeng…

“Dicono di me che sono un bastardo, bugiardo e lo fanno senza un perché. Dicono di me che sono una strega truccata, drogata e piena di sé. E dicono di me che sono una stupida frase da dire davanti a un caffè”: così inizia una canzone di Cesare Cremonini di qualche anno fa.

Parto da qui. Parto dalle cose che dicono di noi e parto dalle cose che diciamo dei nostri bambini e dei nostri ragazzi. Di come parliamo non tanto con loro, ma di come parliamo di loro. E di come li vediamo. E soprattutto di come li guardiamo.

Sdeng sdeng sdeng. Cos’è quel rumore? Quale rumore? Antonino non sente niente di strano. Ah, il pentolino, dite? Chissà, un giorno è spuntato e da allora cammina sempre con lui. È sempre lì, attaccato al suo braccio con una corda. Ma tutti hanno un pentolino, no? Voi non avete un pentolino tutto vostro? Sembra di no. Chissà. Antonino è molto sensibile, ha un grande senso artistico ed è bravo a disegnare, adora ascoltare la musica e ha molte altre qualità. Ma sdeng sdeng sdeng. Quel rumoraccio arriva dappertutto. Quando Antonino era piccolo spesso gli altri lo coccolavano, lo guardavano con tenerezza, il pentolino sembrava suonasse, in un certo senso. Sembrava al massimo buffo, ecco, forse un po’ strano, ma era piccolo e questo giocava a suo favore. Ma ora, sdeng sdeng sdeng. Lo guardano in un modo diverso ora che è più grande. Un modo non sempre facile da decifrare: un misto tra commiserazione, rassegnazione, perplessità e sarcasmo. Talvolta sente risate e commenti in sua presenza, forse loro pensano che il rumoraccio li nasconda, ma no, si sentono eccome. Antonino fa finta di nulla, porta pazienza, passa oltre, cerca di farsi piccolo, quasi invisibile ma sdeng sdeng sdeng. Non gli riesce molto bene. Altre volte invece AHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH. Antonino grida, urla, offende gli altri, impreca, viene sgridato. Piange. Sdeng sdeng sdeng: ah no, quando piange Antonino piange, come tutti gli altri bambini.

Sembra che non sia possibile fare il reso. Il pentolino non si può restituire, niente da fare. È suo e deve tenerselo. Sarebbe stato così comodo liberarsene, ma nulla, c’è da rassegnarsi e conviverci. Convivere con quel pentolino non è facile per niente e insomma, non è che gli altri lo aiutino più di tanto, anzi sembra che a volte il pentolino sia per loro un ostacolo insormontabile. Sembra anzi, che il pentolino sia più grosso dello stesso Antonino, così grosso che si veda il pentolino e nient’altro. Non Antonino che sa disegnare. Non Antonino che conosce tutte le canzoni del momento a memoria. Non Antonino che ogni volta che gioca riordina alla perfezione. Non Antonino che è fortissimo a fare la pizza. Non Antonino che è gentile con tutti. Nemmeno Antonino che ama far correre il suo cane. Antonino e il pentolino. Anzi il pentolino. Punto.

Per colpa di quel pentolino Antonino non può fare tutto quello che gli altri fanno. Magari ce la fa anche, ma non come loro. Loro sono veloci, precisi, attenti. Lui è goffo. Sdeng sdeng sdeng. Oh pentolino, non ricominciare, non puoi far rumore anche nei pensieri! E invece sì, a volte quel pentolino interferisce anche nei pensieri, impedisce che la trasmissione si senta bene e Antonino diventa confuso nelle cose che dice o meglio, gli altri non lo capiscono come lui vorrebbe. E un giorno, più nero degli altri, Antonino inizia a farsi sempre più piccolo, a rimpicciolire ancora di più il suo mondo, a farsi così minuscolo da nascondersi dentro quel pentolino, a diventare il suo pentolino e nulla più. Sding sding sding. Il pentolino fa sempre meno rumore. Antonino è ormai quasi immobile, chiuso là, al sicuro. Nessuno gli chiede più nulla. Silenzio totale. Forse così è anche più comodo. Non c’è nessuna fatica da fare. Nessun obiettivo da raggiungere. Nessun traguardo da provare a tagliare. Nulla da dimostrare. Tutto fermo.

Ma un giorno, più limpido degli altri, arriva Lei. Lei riesce a guardare dentro quel pentolino. A guardarci davvero. A guardarci così bene che quel pentolino c’è (certo che c’è), ma c’è anche Antonino. Lei che piano piano, con amore, pazienza e attenzione, conquista la fiducia di Antonino. Lo ascolta. Lo ascolta con tutto quello sdeng sdeng sdeng di sottofondo. Mostra perfino ad Antonino il proprio pentolino: “Il tuo è solo un po’ più ingombrante”, gli spiega. Ciascuno di noi ne ha uno, in fondo, anche se non sempre lo teniamo in bella vista. A volte è nascosto, nello scaffale là in alto, ma viene comunque fuori, eccome se viene fuori.

Bisogna imparare a conviverci, trovare strade nuove per far sì che il pentolino suoni in modo diverso, inventare soluzioni, usare la fantasia e un pizzico di follia, a volte. Antonino ci prova. Le crede. Esce dal suo nascondiglio, lei gli fa vedere come convivere con il pentolino, gli mostra i suoi punti forti, lo aiuta a esprimersi, senza timore, e gli confeziona una saccoccia per il suo pentolino. “Già che devi tenerlo sempre con te, fa che sia più comodo”. Antonino è felice. Sente che può farcela. Sding sding sding. Il pentolino è sempre lì: ma ora Antonino sa renderlo meno rumoroso, più discreto, e ogni tanto, anche se le risate e i commenti non sono spariti del tutto e forse non lo faranno mai (ma Antonino questo lo sa, non è mica così ingenuo), qualcuno – proprio come aveva fatto Lei – vede prima Antonino e poi il suo pentolino (liberamente tratto da Il pentolino di Antonino, Isabelle Carrier, Kite Edizioni. Cortometraggio disponibile qui: http://bit.ly/pentolino).

Potremmo fare il gioco del pentolino. Ognuno di noi ne ha almeno uno. C’è chi è estremamente timido. Io sono troppo emotiva. C’è chi è impulsivo. Chi permaloso. Chi balbuziente. Chi pigro. Chi è sempre in ritardo. Chi ha la sindrome di Down. Chi una sedia a rotelle. Chi è un disorganizzato cronico. Chi non sa cantare. Chi ha paura di leggere in pubblico. Chi è sovrappeso. Potremmo andare avanti all’infinito. Ciascuna di queste cose, siano esse grandi o piccole, possono essere per noi ciò che il pentolino è per Antonino.

Possiamo fare un altro esercizio. Proviamo a metterci nei panni di Lei. Forse è stato facile immedesimarsi in Lei. Lei che può essere ciascuno di noi. Ciascun capo che riesce a conoscere i propri bimbi e i propri ragazzi, a conquistarne la fiducia e ad aiutarli a guardare lontano, proprio a partire dalla consapevolezza di chi sono, pentolino incluso. Mi piace immaginarci nelle comunità capi a raccontarcele queste storie: a dirci di Giulia che dopo un anno difficile in noviziato, è riuscita a ritrovare l’entusiasmo. A dirci di Alessandro, che da quando è capo squadriglia ha tirato fuori una grinta da leoni. A dirci di Matteo, che al terzo pernottamento è riuscito a superare la nostalgia di casa e ha dormito fuori con il cerchio. Mi piace immaginare le comunità capi che riempiono le loro riunioni delle storie dei ragazzi (e del lavoro tra capi, naturalmente!) e mi piace immaginare che i nostri ragazzi non siano mai solo i loro pentolini, non per noi. Vorrei che nel nostro parlare Giulia non fosse “quella che non viene mai”, Alessandro “quello timido che per fargli dire due cose ci vogliono le ore” e Matteo “quel mammone che è ora che si dia una svegliata”. A volte scappa. La stanchezza, la fatica, il parlato colloquiale che usiamo tra noi. Ma stiamo attenti. A lungo andare rischieremmo di identificare i bambini e i ragazzi con quelle etichette che noi stessi gli abbiamo cucito addosso. Quelle etichette possono diventare pentolini pericolosissimi e fare male. Quelle etichette spesso, ci impediscono di guardare i ragazzi davvero. Di guardarli senza etichetta. Svuotano di vigore quel meccanismo perfetto dello scouting: osservo i ragazzi, imparo a conoscerli, cammino al loro fianco, mi pongo in ascolto dei loro sogni, provo a immaginare dove possano arrivare, strutturo con loro il viaggio e via, zaino in spalla.

Nessuno è il proprio pentolino. O almeno non solo. E noi abbiamo l’occasione, preziosissima, di accompagnare i nostri bambini e ragazzi a immaginare cosa c’è in loro oltre a quel rumore, spostando il pentolino un po’ più in là.

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