Possiamo solo stupirci

Quando arrivo all’asilo nido, la scorgo in lontananza. Mi sorride il cuore, come ogni volta che la vedo da tanti anni a questa parte. È di fretta, c’è da lasciare la bimba e correre al lavoro. Chi l’avrebbe mai detto – quando lei era una scolta e io la sua capo fuoco – che ci saremmo trovate davanti a questo cancello a lasciare le bimbe al nido. Lo penso spesso quando guardo alle cose della vita così come sono oggi e ne srotolo i fili della memoria fin dove arrivo. In questo esercizio ogni tanto ci sono immagini più nitide di altre, momenti che si sono impressi nel cuore e fanno ancora eco, un’eco pieno di significato e non solo di ricordo.

È una fredda sera di gennaio a Sant’Antimo. Sono la capo fuoco da qualche anno ormai e sono felice, interrogata dalla vita e dall’essere capo e dunque felice. È un momento di chiacchiere e confidenze “tra ragazze”, quando lei mi dice che ha deciso di cambiare facoltà e di lasciare il suo ragazzo. Cose che capitano a 19 anni, effettivamente. Ma le motivazioni le ricordo ancora oggi. Quella facoltà non era la sua strada, non le apparteneva più. E quel ragazzo? «Se voglio essere coerente con le mie scelte e prendere la Partenza, non è quello giusto». In quella fredda sera di gennaio, una ragazza di 19 anni si stava rivelando a me per quello che sarebbe diventata, stava camminando – a piccoli enormi passi – verso il suo futuro e lo stava facendo con una consapevolezza che a distanza di anni ha ancora la capacità di stupirmi.

Lo scautismo, la vita di clan, la strada verso la Partenza avevano non solo riempito di senso le sue giornate e di passione il suo servizio, come accade a molti dei nostri ragazzi, ma avevano scavato a fondo, aiutandola ad abitare le vere domande della sua vita e a trovare le risposte. Oggi, guardando alla sua vita, posso dire che aveva ragione, che ha fatto bene allora a compiere quelle scelte, ma non è questo il punto: è facile guardare indietro e alla luce di chi siamo oggi dirci se abbiamo fatto bene o male a fare determinati passi. Nel suo caso, lo scautismo, la vita di clan e la strada verso la Partenza si erano davvero intrecciati con la sua vita, l’avevano veramente aiutata a chiedersi dove stesse andando e che donna volesse essere e l’avevano fatto al punto da farle cambiare due strade enormi nella vita di un giovane: gli studi e gli affetti.

Quella sera sono rimasta in silenzio ad ascoltare, dicendole solo che capivo come si sentisse e di scegliere ciò che ritenesse giusto per sé. Non immaginavo nulla della sua vita futura, non mi auguravo nulla di specifico, non tifavo per l’una o l’altra strada, non credo di aver interferito in alcun modo dando il mio punto di vista o dicendole cosa fosse meglio fare. Avevo però capito una cosa importante nella mia vita di capo: l’educazione è come un albero, con le radici piantate a terra nel presente più concreto, e i rami volti al cielo, che ambiscono al futuro. Educhiamo oggi abitando il domani che sogniamo.

Non è forse quello che facciamo ogni giorno con i nostri bambini e i nostri ragazzi? Li accogliamo piccoli in un branco e un cerchio che sanno di casa e camminiamo al loro fianco per circa 13 anni, quando a 20-21 anni sono ormai uomini e donne pronti ad abitare il mondo e prendersene cura.

Non è forse quello che sa bene l’AGESCI che nell’intuizione di una progressione personale unitaria tiene insieme il presente e il futuro? Quel lupetto o coccinella che sceglie di giocare con noi è prezioso nel suo essere bambino oggi – ed è la sua infanzia ciò di cui ci prendiamo cura – ma custodisce un mistero di futuro. Ed è per la potenza di quel mistero che ci impegniamo, nella speranza che quel mistero si apra alla vita e ambisca sempre di più al Giusto, al Vero, al Bello. E che domani, a 20-21 anni quel bambino ormai ragazzo sappia riconoscere le strade del Giusto, del Vero e del Bello e scelga di volerle percorrere, nel tentativo – lungo una una vita – di essere un buon cristiano e un buon cittadino, che è credo il modo più pieno di essere uomini e donne della Partenza.

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