L’anima selvatica del mondo

Se avete letto “Le otto montagne”, ed è piuttosto probabile visto che ne ha vendute più di 350mila copie e che lo stanno traducendo in 39 lingue diverse, quasi sicuramente vi sarà presa quella voglia di andare in montagna che è così tipica del nostro essere scout in età da clan.

Quella specie di paura dell’avventura che però è soprattutto smania di partire, quella tempesta di emozioni contraddittorie che si scatena qualche giorno prima dell’inizio della Route e che si placa solo quando esci dal bus, o dal treno e cominci a salire, dopo esserti allacciato meglio gli scarponi e aver provato a sistemare lo zaino. Forse è inutile, sicuramente è complicato cercare di descriverla, e comunque l’avete provata probabilmente non più di 6 mesi fa.

In ogni caso è un’emozione fondante del nostro essere scout, e non solo per i rover o i capiclan, perché in fondo la montagna è il luogo perfetto per sperimentare i propri limiti, per conoscerli, circoscriverli, accettarli. E non parliamo solo di quelli fisici: il contatto con la natura estrema, quella che toglie il fiato, saggia anche noi stessi, perché la bellezza incrina le nostre certezze, sotto il peso della fatica ridefinisce le nostre priorità, approfitta della stanchezza per sbatterci in faccia la nostra fragilità. Queste emozioni rappresentano il punto di contatto più intimo tra la nostra vita da visi pallidi e l’essenzialità che cercheremo di apprezzare in montagna, a volte tentando di sfuggirne, come quando durante il deserto ti rifugi al bar per un caffè e una briosche. Ed è veramente singolare che uno scrittore che scout non lo è mai stato sia riuscito a scriverne così efficacemente.

La prima cosa che ho chiesto a Paolo è quindi se per caso aveva mai provato quella sensazione che era stato così bravo a suscitare nei lettori. E lui mi ha risposto:

La mia voglia di andare in montagna cova sotto la cenere per tutto l’inverno: per me è la stagione della città, la mia baita è sepolta sotto la neve. Poi al disgelo torno su e ci abito per sei mesi. Ho una vita spaccata in due, per cui so bene cosa sono la nostalgia e il desiderio di partire.

Nella settimana scarsa che mi è servita per leggere “Le otto montagne” io poi ho sentito fortissima la voglia di parlare con qualcuno di quello che leggevo, delle sensazioni che mi sembrava di (ri)conoscere così vivacemente. Nel blog e nelle interviste citi spesso “L’attimo fuggente”, ma devo dire che il libro (e il film) a cui ero continuamente rimandato dalla lettura era piuttosto “Nelle terre selvagge” di Jon Krakauer, quello da cui Sean Penn ricavò “Into the wild” nel 2007. Non sono il primo a dirtelo, vero?

Sono contento che tu abbia ritrovato lo spirito di quella storia, le sono molto legato. Ho visto il film “Into the wild” il giorno del mio trentesimo compleanno, poco dopo avere letto il libro di Krakauer. Era un periodo triste della mia vita, non tornavo in montagna da una decina d’anni e quella storia è stata di grande ispirazione per quello che ho fatto dopo, cioè affittare una baita e andarci a vivere. Ho sentito una grande somiglianza, quasi un’intimità, con Chris McCandless. L’incontro con lui mi ha aiutato molto a capire me stesso.

Dice McCandless che “la felicità è reale solo quando è condivisa”. Come si sposa con il richiamo alla solitudine che traspare dalla lettura del libro?

Sì, forse la felicità è reale solo se condivisa ma questo non si può sapere fino in fondo se non si ha sperimentato la solitudine (Chris arriva a scrivere quella frase dopo tre mesi nel bosco). Credo che andare in montagna da soli sia un passaggio fondamentale per instaurare un rapporto con lei, e anche per apprezzare davvero la compagnia di un amico. Io non potrei mai rinunciare alla dimensione di solitudine della mia vita, è il momento in cui penso, in cui scrivo, in cui nascono le mie storie.

“Le otto montagne” è un billdungsroman (un romanzo di formazione che racconta il viaggio del protagonista attraverso la scoperta della montagna nella sua vita di giovane e, poi, di adulto), e quindi per sua natura individuale. Non sto a chiederti quanto ci sia di autobiografico, ma sono interessato a capire quanto di quello che scrivi lo hai mai provato anche come parte di un gruppo, di un collettivo.

Non mi sono mai sentito parte di un gruppo. Da bambino perché ero timido e solitario, stavo per conto mio, leggevo, cercavo piuttosto la compagnia degli adulti. Da grande le dinamiche di gruppo (autorità, gerarchie, conflitti, cameratismo) mi hanno sempre tolto l’aria, e sono scappato subito quando mi ci sono trovato. Ma è vero che la storia di Pietro ha un carattere generazionale: il nostro esser cresciuti dentro una crisi, aver faticato a costruirci una vita adulta. Il nostro ritorno ai luoghi da cui i padri erano andati via, seguendo un bisogno di ritrovare le radici.

Ancora sulla presenza. L’ultima volta che ho avuto la fortuna di scambiare due chiacchiere vere con chi in montagna ci viveva mi ha detto due cose che da cittadino mi han spiazzato: 1) la montagna come la conosciamo vive grazie al surplus del turismo invernale, quello estivo potrebbe anche non esistere. 2) l’antropizzazione dei territori montani è stata la più grande fortuna delle Alpi, ha permesso loro di essere vissute, non solo sfruttate. È così anche nella tua valle?

Certo che sì. Uno sciatore che venga a divertirsi nella mia valle rappresenta più o meno 100 euro al giorno tra skipass, noleggio materiale, bar e ristoranti. Un camminatore estivo quanto rappresenta? Se si porta il panino da casa, rappresenta 0. Lo sci è l’unico motivo per cui le Alpi non sono ancor più gravemente spopolate, ed è al momento l’economia attorno a cui gira tutto il resto (chi affitta camere, chi lavora agli impianti, perfino chi vende il formaggio dipende dallo sci). Questa consapevolezza mi mette parecchio in crisi, perché il modo di andare in montagna degli sciatori non mi piace ma so che la mia montagna non ne può fare a meno. Ora un’alternativa è necessaria non solo per ecologia, ma perché imposta dai cambiamenti climatici: dobbiamo metterci al lavoro sul serio a costruire un’altra economia di montagna.

Sul secondo punto, le Alpi sono state profondamente abitate e lavorate. I segni di questa storia sono ovunque, anche adesso che viviamo l’epoca dell’abbandono. Però non mi sentirei di dire che per la montagna sia stata una fortuna. Per i caprioli, i cervi, le marmotte, le aquile, le trote, le vipere, i lupi, l’antropizzazione è stata una fortuna? Per i torrenti e i boschi? Quando si fanno questi discorsi si pensa solo all’uomo. Per la terra sarebbe una fortuna che l’uomo scomparisse, punto.

Al netto dell’abbigliamento sempre più tecnicamente ineccepibile che sempre più spesso ci avvolge come a Linus la sua coperta, noi scout andiamo in montagna recitando uno stile sobrio, un modus che il senso del limite e della fragilità te li segna sulla pelle. La montagna di cui parli nel libro è maestosa e quindi essenziale? O sono stato deviato?

No, l’hai capita perfettamente. La montagna è luogo di semplicità: quando ci abito per mesi mi accorgo che il necessario si riduce veramente a poca roba, e come insegnava Thoreau saper vivere poveramente è la via per essere liberi. Se riesci a farcela con poco hai bisogno di pochi soldi, così puoi non lavorare tutto il tempo e dedicarti a tante altre cose belle che ci sono nella vita, come leggere, camminare nel bosco, fare l’orto, andare a trovare un amico. Quanto all’abbigliamento, si può certo andare in montagna in jeans e camicia (l’ho fatto per tanto tempo), ma ho scoperto recentemente i grandi vantaggi delle magliette tecniche. In un mese di Nepal ne ho usate solo due: non si inzuppavano di sudore, per lavarle bastava l’acqua del torrente e niente sapone, in un’ora al sole erano di nuovo asciutte. Anche questo sarebbe piaciuto a Thoreau.

Hai mai provato un richiamo alIa religiosità che deriva dalla maestosità? Il protagonista va spesso sull’Himalaya dove la montagna (volevo scrivere la natura, ma ho letto il libro), con la sua essenzialità vive di continui richiami alla sacralità. Credi sia una sensazione a cui si può essere e-ducati?

Sì, l’ho provato, ma non credo che il punto sia la maestosità. Credo sia la vicinanza agli elementi primordiali, l’acqua, il vento, il bosco, e la sensazione di essere circondati da uno spirito che non è umano. In montagna tutto è vivo, tutto si muove. Quando ci vai (e insisto: soprattutto quando ci vai da solo) entri in comunicazione con quest’anima selvatica del mondo, e cominci a sentirti parte di una vita molto più grande della tua. Questa per me è un’esperienza spirituale.

—–

Paolo Cognetti, nella sua prima vita, è stato alpinista e matematico.

Nella seconda, lavora nel cinema indipendente milanese come autore di documentari, sceneggiatore e montatore di cortometraggi, cuoco. Autore di alcuni documentari – Vietato scappare, Isbam, Box, La notte del leone, Rumore di fondo – che raccontano il rapporto tra i ragazzi, il territorio e la memoria.
Per minimum fax media ha realizzato la serie Scrivere/New York, nove puntate su altrettanti scrittori newyorkesi, da cui è tratto il documentario Il lato sbagliato del ponte, viaggio tra gli scrittori di Brooklyn.
Minimum fax ha pubblicato nel 2004 il suo primo libro, Manuale per ragazze di successo, e nel 2007 la sua seconda raccolta, Una cosa piccola che sta per esplodere.

Del 2010 è New York è una finestra senza tende (Laterza, con DVD), e del 2014 è Tutte le mie preghiere guardano verso ovest. Per Einaudi ha curato l’antologia New York Stories (2015). Nel 2017 esce Le otto montagne (Einaudi), che gli è valso il Premio Strega. Il suo blog è paolocognetti.blogspot.it.

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