Fare accoglienza o essere accoglienti

Chi siamo sposati giovanissimi. Erano altri tempi e un po’ di incoscienza faceva parte del gioco. Non che avessimo fatto tante considerazioni, ma in quell’appartamento in affitto di 40 metri quadri o poco più, abbiamo subito deciso che l’unica stanza grande sarebbe diventata soggiorno, con un tavolo allungabile e qualche poltrona, perché la cosa importante era che potessero starci tanti amici: eravamo i primi a “metter su casa” e sarebbero stati contenti di avere un posto dove ritrovarsi.

L’accoglienza non è un’azione, è un abito mentale, un modo di essere. La nostra scelta non era del tutto consapevole, ma sicuramente quel desiderio ha segnato la strada futura.

La vita da allora è cambiata molte volte, la via tortuosa – a volte – è sembrata che girasse in tondo.

Abbiamo accettato di andare a convivere con un nonno restato solo: aveva una casa grande, la porta sempre aperta, parenti e amici che venivano spesso, ma non avrebbe potuto viverci senza di noi. Non è stato facile, ma è lì che sono nati i nostri figli. Da subito hanno respirato un’aria di comunità. Insieme al nonno vero, tante altre “zie e nonne”, hanno arricchito la loro (e la nostra) storia.

Soffocanti? A volte un po’ petulanti? Sicuramente sì, inutile nasconderselo. Non è mai facile lasciare che ognuno dica la sua e ritagliarsi ugualmente spazi di autonomia e libertà. Ci vuole tanto rispetto da parte di tutti e anche tanta pazienza. Ma se questi ci sono e si contrattano piccoli compromessi nella gestione quotidiana, l’amore che una famiglia allargata ti regala lo respiri davvero. E i ragazzi crescono trovando normale che a tavola ci si ritrovi con qualche ospite in più, e che nella casa ci sia una stanza per gli ospiti sempre pronta e spesso occupata.

Dopo la morte del nonno, abbiamo visto passare tante persone nella nostra grande casa: amici suoi che erano diventati anche nostri, figli di amici che dovevano frequentare corsi universitari e si sistemavano temporaneamente da noi, scout in transito per i campi, e tanti, tanti amici dei figli che hanno imparato che la nostra porta non è chiusa a chiave e si può entrare anche senza bussare: italiani, stranieri, in viaggio o di passaggio, per studio o lavoro, o solo per il piacere di stare con noi. Ed anche noi abbiamo imparato che ogni persona che entra dalla nostra porta è un regalo inaspettato.

Così, quando le immagini degli sbarchi in televisione mostravano tanta umanità in cerca di accoglienza, abbiamo pensato che un posto potevamo offrirlo.

I nostri figli, ormai grandi, sono stati d’accordo ed è così che è arrivato Kebba, il loro “fratello nero”.

I progetti di accoglienza per i minori non accompagnati che arrivano in Italia si esauriscono con la maggiore età. Significa che questi ragazzi raggiunti i 18 anni devono già sapersela cavare, uscire dalla comunità che li ha accolti e andare a vivere da soli nel giro di poco tempo.

A 18/19 anni però, non sempre l’autonomia raggiunta è sufficiente, e per questo a Kebba, del Gambia, è stata proposta la nostra casa.

Doveva essere un soggiorno “ponte” di 6 mesi, ma con il tempo si è creato affetto e dopo due anni è ancora con noi. Lavora a tempo pieno e frequenta scuole serali. Nei fine settimana dà una mano in casa o nell’orto. Non occupa più la stanza degli ospiti, abbiamo fatto spazio per lui in una delle stanze dei ragazzi.

Abbiamo scoperto che non basta parlare la stessa lingua per capirsi, che i pensieri sotto le stesse parole possono essere anche molto diversi. Le regole della buona educazione, specie quelle che sembrano ovvie e sottintese, sono diversissime nelle varie culture e non basta dirsele per capirsi davvero.

Abbiamo imparato che condividere ciò che si ha nel cuore è una lezione da apprendere e che va di pari passo con il conoscere le parole adatte per farlo.

Una convivenza che ha ancora tante cose da insegnarci e, quindi, non mettiamo limiti di tempo.

Di sicuro non è cominciata con lui, ma viene da lontano. Viene dal vedere un appartamento vuoto e destinare la stanza più grande a soggiorno, per farci entrare tante persone.

Magari, chissà… stringendoci un altro po’ troviamo lo spazio anche per qualcun altro. E poi, la stanza degli ospiti si è liberata!

 

Una famiglia aperta al mondo

Martino e Chiara, 59 e 58 anni, sono capi nel Trento 12. Sposati dal 1984, 3 figli maschi (più uno), un cane (femmina) e alcune galline (femmine anche loro), nel tempo hanno ricoperto diversi incarichi associativi e dato un grande contributo alla realizzazione di Pe: Chiara come caporedattrice (dal 2010 al 2015), Martino come fotografo (anche in questo numero, molte foto portano la sua firma).

 

[Foto Martino Poda]

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