Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei

«Ogni identità che si nutre di steccati ha vita breve. Al contrario, un’identità ha futuro quando è capace di stratificarsi, quando è aperta e plurale». Alessandro Leogrande, scrittore, giornalista, scout (1977-2017)

Se da piccoli ci fossimo persi nella giungla, diversamente da Mowgli, probabilmente non saremmo sopravvissuti. Siamo “biologicamente carenti”: oltre a mangiare e dormire, per crescere necessitiamo di un’identità personale e sociale. Così come una miriade di fonti, ruscelli e torrenti prendono il nome del corso d’acqua maggiore nel quale confluiscono, così la nostra identità è il prodotto di continue interazioni, scambi e influssi esterni.

Le identità sociali più resistenti sono proprio quelle che sanno trasformarsi nel tempo e nello spazio. Culture e tradizioni non sono blocchi omogenei, anche se i fondamentalisti di tutti i tempi da sempre hanno difficoltà ad accettare questo dato di realtà. Non a caso, all’esasperazione del concetto di identità è dedicato anche uno degli ultimi numeri della rivista con cui l’Isis diffonde la sua propaganda. Nei suoi testi, questa minoranza armata scrive chiaramente che il suo nemico non sono tanto gli ultra-tradizionalisti delle ideologie religiose rivali, quanto le tantissime persone che continuano a dialogare, superando le reciproche differenze, in quanto vengono visti come traditori delle rispettive identità.

La condanna vale per i musulmani quanto per i cristiani e, primo tra questi, il Papa, che non riconoscendo alcuna base religiosa ai fondamentalismi, colpisce al cuore la loro propaganda identitaria, e lo fa in modo molto più efficace di quanto non facciano i bombardamenti occidentali che, al contrario, confermano la retorica dell’assedio imperialista, ottima per fare proseliti in contesti di disperazione.

D’altra parte, anche da noi, gli esclusi dal tritacarne della globalizzazione si sentono travolti e subiscono la violenza dell’omologazione dei consumi e degli stili di vita e in reazione a questo, finiscono per essere facili prede degli spacciatori di identità e soluzioni semplici a problemi complessi.

Ma se, fino a un certo punto, la riscoperta delle proprie origini culturali è un fatto sano, l’ossessione per la purezza rischia tipicamente di dar luogo a rivendicazioni discriminatorie e violente. Così, anziché manifestare un senso di solidarietà tra loro, ultimi (immigrati e strati sociali più deboli ed emarginati) e penultimi (cittadini impoveriti dalla crisi) si scontrano.

Forti a soffiare sul fuoco della disinformazione, a questa guerra tra poveri contribuiscono i cosiddetti “imprenditori politici della paura”. È l’antico meccanismo del capro espiatorio, che in un clima di insicurezza generalizzata, offre garanzie di potere a chi cavalca le paure.

Non è detto che una maggiore disponibilità a ridurre gli spigoli delle reciproche identità sia la via che ci salverà, ma è chiaro quanto sia urgente attrezzarsi a un futuro interculturale, e certamente l’atteggiamento opposto (l’ossessione per la purezza e l’identità) ha sempre prodotto conflitti e violenze.

Non si può ignorare la paura di chi si sente smarrito, e serve a poco anche dare del “razzista” a chi, più o meno inconsapevolmente, si comporta come tale. La diffidenza verso “l’altro” non segue la logica della “razionalità”, ma quella del senso comune, dei “si dice”, delle opinioni incontrollate. Per questo, anche gli eventi di “sensibilizzazione” o la razionale esposizione dei dati che smentiscono i pregiudizi, si rivelano spesso inefficaci.

Convegni o assemblee possono interessare persone già sensibili, ma per convincere è necessario sperimentare. Realizzare esperienze di convivenza concreta sul territorio. Senza dimenticare le identità di partenza, concentrarsi sulle cose in comune e non su quelle che possono dividere.

Questo dovrebbe avvenire nelle nostre unità, dal branco/cerchio fino al clan e quindi in comunità capi. Le persone appartenenti a minoranze e diverse provenienze culturali e sociali, non dovrebbero limitarsi ad essere “oggetto” di nostre (saltuarie) attenzioni caritatevoli, ma entrare pienamente all’interno delle nostre comunità. Paradossalmente, questa interazione spesso è ostacolata da un’eccessiva attenzione verso il ragazzo “straniero”, che in alcuni casi rischia di fossilizzarlo nel racconto di sé “in quanto immigrato”. Esprimerà la sua diversità, se, quando e come vorrà, ma intanto è essenziale conoscersi per altre vie, giocando e percorrendo un pezzo di strada insieme, senza il fardello delle identità. Ognuno crescerà più libero di scegliere la sua, che magari unirà diversi elementi e sarà diversa da quella di partenza, ma questa è, da sempre, la naturale formazione di un’identità sana.

Ogni territorio ha le sue emergenze educative e sociali rispetto alle quali, oltre a interrogarci, se intendiamo contribuire a ridurre i conflitti, dovremmo accettare la sfida dell’incontro, dell’inclusione e dello scambio. È un percorso non semplice, ma la pedagogia scout ci insegna che solo l’esperienza diretta fa crescere davvero, non attività fini a sé stesse. L’unico modo per respingere la disperazione, penso sia generare e diffondere speranza tra chi l’ha persa. Provandolo a fare, forse non convinceremo le persone ormai compromesse dal germe del fanatismo, ma magari permetteremo ai nostri ragazzi, e a chi vive con loro, di non lasciarsi invischiare nella “civiltà dello scontro” e, insieme, sarà possibile liberare luoghi, comunità e quartieri dove la popolare convivialità delle differenze non sia solo un proclama per chi ha a cuore un mondo più umano, ma una pratica quotidiana. Si può fare e, come dice quel tale, “chi cerca troverà sempre una strada, gli altri una scusa”.

[foto di Francesco Ferrari – vignetta di Mauro Biani]

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