Così fragili, così preziosi

La pandemia ha portato con sé dolore e lutto e diversi, anche fra noi, ne hanno fatto esperienza diretta. Per i più fortunati il Covid-19 ha significato stare chiusi in casa con tanto tempo a disposizione per riflettere, leggere, abbuffarsi di lunghe serie TV (binge watching), immagino con altalenanti tensioni emotive. Abbiamo messo in crisi la nostra dimensione corporea vivendo le relazioni quasi esclusivamente nella rete, il nostro ordine naturale delle cose è stato stravolto. Abbiamo vissuto questo tempo con ipotetiche proiezioni sul futuro a scapito (talvolta) della lettura degli scenari immediati, visibili. Ripetutamente abbiamo definito questo “tempo sospeso”, ma in realtà è stato un tempo diverso, un lungo esilio dalle nostre certezze, dagli affetti, tra i quali un posto importante occupano i nostri ragazzi, un tempo in cui ci siamo scoperti fragili. 

In fin dei conti, volendo ricercare una certa simmetria (spero non forzata), è stato un po’ come vivere un’esperienza simile a un campo di reparto. Avevamo un luogo (l’abitazione o il perimetro del campo), un numero certo di persone (la propria famiglia o i capi e le guide e gli scout), delle buone abitudini programmate (la preghiera costante a una certa ora), attività personali (i collegamenti con la scuola, il lavoro agile o i posti di azione) e comunitarie (alla sera si guarda insieme la tv o si anima un fuoco). Dicevamo, ci sentiamo sentiti fragili, forse perché condizionati dall’incapacità di affrontare la paura «emozione primaria di difesa, provocata da una situazione di pericolo che può essere reale, anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo o prodotta dalla fantasia» (Umberto Galimberti). Pensiamo quanto la ricerca di sicurezza condizioni, più o meno inconsapevolmente, le nostre azioni più importanti, come quella ad esempio di scegliere i nostri rappresentanti politici. 

Alla spiegazione scientifica che ci costringeva all’isolamento sostituivamo un’incessante ricerca del fine delle cose, non solo della causa. Come affrontare le nostre fragilità? Diversi aspetti della nostra proposta educano alla resilienza, come il contatto con la natura e lo spirito di avventura, la verifica, e alle relazioni fiduciarie. Il primo aspetto mette alla prova la capacità di rispondere all’imponderabile. La pioggia, il vento, il freddo, il caldo, la legna bagnata con cui accendere un fuoco, l’assordante silenzio delle notti insonni durante l’hike, ci abituano all’ignoto, all’inaspettato, a ricercare soluzioni nuove, alla capacità di recupero. Il sistema delle verifiche nei vari livelli sviluppa capacità di auto osservazione, di autovalutazione, attitudine al confronto, a non aver paura del giudizio altrui. Le relazioni nel branco, nella squadriglia, nella comunità R/S, educano all’amicizia. «Nell’amicizia l’uomo cerca egoisticamente ciò che gli manca. E nell’amicizia tende a donare munificamente ciò che possiede» (Vasilij Grossman).

Il lungo periodo di autoisolamento ha ristretto il nostro diritto alla libertà di movimento, è vero, ma forse è stata anche l’occasione per un “tempo ritrovato” in cui prenderci cura di noi stessi, provare a vivere in maniera nuova le interazioni con i nostri cari, custodire con creatività anche se a distanza la relazione con i nostri bambini e ragazzi, combattere i pericoli e magari vincere le paure. Un tempo per scoprirci fragili ma preziosi, come un vaso di Murano o un cristallo di Boemia.

 

[Foto di Nicola Cavallotti]

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