Con i piedi nel futuro

Siamo indubbiamente abituati a comprendere il presente con le chiavi di lettura del passato: ciò che ci accade lo capiamo sulla base delle esperienze fatte, delle storie tramandate, delle nostre appartenenze. Ciò che sentiamo di poter fare molto spesso è quindi condizionato da ciò che siamo abituati a fare. Con il rischio di vedere il consueto, celando la novità.

Pensare che siamo prevalentemente il frutto del nostro passato, eredi se non custodi di ciò che ci ha anticipato non ci aiuta ad avere uno sguardo educativo, di futuro aperto, su chi ci è affidato. E neppure su di noi.

C’è poi una grande novità. Il momento che stiamo vivendo, lo scenario della pandemia, ha segnato una frattura fra un prima e un dopo. Abbiamo avuto una esperienza universale di traumatica sosta. Molte abitudini, certezze, convinzioni sono rimaste incastrate nel “prima”.

Questa disconnessione, insieme a molte incertezze, ci regala però anche l’occasione di ricollocarci. Non potendo più fare prioritariamente affidamento sul passato, perché sostanzialmente disallineato, abbiamo l’esigenza di ritrovare uno spazio allineato da cui osservare il nostro presente. Abbiamo bisogno di ricostruire abitudini, certezze in un luogo nuovo, che potremmo chiamare “Oltre”. Ma è possibile assumere un punto di vista così diverso? La provocazione che vorrei condividere è questa: oggi più che mai, per comprendere il presente, potrebbe essere necessario trasferirci nel futuro. Per le condizioni in cui siamo, farlo, potrebbe essere addirittura facile.

Come si fa? È il 7 dicembre del 1954: don Lorenzo Milani cammina nel bosco, sulla strada che da Ponte a Vicchio sale verso Barbiana. È l’inizio del suo esilio. Fa freddo. Il sacerdote sta procedendo sotto una pioggia torrenziale. Il carretto con alcuni mobili rimane ai piedi dell’ultima salita. Il giovane prete procede. Il suo passato, le vicende dolorose che lo portano a Barbiana, pesano sulle sue spalle e appesantiscono il suo passo; «da rampollo di una delle famiglie più ricche e colte di Firenze si ritrovò in uno dei luoghi più poveri, abbandonati e inaccessibili della diocesi. Lì la sua voce, nel disegno di chi ce lo aveva confinato, doveva spegnersi, annullarsi nel silenzio di una specie di morte civile». Salendo il sentiero, quel giorno potrebbe aver pensato: «Questa è la mia fine: confinato in un posto con più mucche che anime. Speriamo di potermene andare il più in fretta possibile».

Due settimane dopo il suo arrivo a Barbiana, invece, scrive così: «Cara Mamma, ho avuto la tua lettera in cui mi chiedi di non impegnarmi a star qui. (…) Non posso però credere che tu desideri che io mi metta nello stato d’animo del passante o del villeggiante. (…) neanche c’è motivo di considerarmi tarpato se son quassù. La grandezza d’una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui si è svolta, ma da tutt’altre cose».

Il Priore ebbe uno sguardo diverso sul suo presente: libero da zavorra, rancori, sofferenze del suo passato, con lo sguardo al futuro…..anzi: dal futuro. Perché il tema qui non è guardare in avanti con speranza, ma collocare la propria storia in una prospettiva di libertà e di possibilità. Prendere posizione nel futuro e da lì osservare il presente. Mi pare che don Lorenzo fece sostanzialmente questo: guardare a sé, ad Agostino, Michele, Francuccio, Giancarlo e agli altri suoi allievi, collocato nel futuro. Come educatore non li “spingeva” in avanti, ma li “tirava”, anticipando il cammino possibile. In quei ragazzini abituati più alle stalle che alle aule scolastiche, più al profumo «della merda» che della carta stampata, forse anche più alla bestemmia che al salmo, vide non la condanna del passato, ma la libertà del loro futuro. Il presente come eco inverso ed anticipatorio di ciò che potranno essere. Così Barbiana divenne da luogo di esilio e di sofferenza, luogo di liberazione e amore.

C’è un episodio che più di ogni altro racconta quanto don Lorenzo avesse messo i suoi piedi nel “per sempre “ di Barbiana. «Il giorno dopo l’arrivo, don Milani scese a Vicchio. (…) Voglio comprarmi la tomba del camposanto (…). Spiegò che la tomba lo avrebbe fatto sentire “totalmente legato alla sua nuova gente nella vita e nella morte».

Prese Barbiana a scatola chiusa. La prese tutta e la prese per sempre. E amò profondamente quei ragazzini: per ciò che erano e per ciò che potevano diventare. È forse questo che fece di lui “L’uomo del futuro”. Ciò che vale per don Lorenzo, vale per ogni Maestro. Penso al “sogno” di Martin Luther King, capace di incamminare un intero popolo verso una speranza invisibile e concreta, alla lotta nonviolenta per un Sudafrica “ubuntu” di Nelson Mandela, capace di fermare la vendetta e suscitare riconciliazione, alla sete di pace di chi attraversa guerre, mari e deserti in nome del loro futuro, capaci di rianimare la nostra umanità.

Ma ciò che vale per loro, vale anche per noi. Proviamo a pensarci: le persone più significative, che hanno lasciato in noi una traccia, a cui ci sentiamo maggiormente legati, non sono forse quelle che ci hanno fatto intravedere il nostro futuro possibile?

Che ci hanno dato lo sprone per inventare una strada tutta nostra? Che hanno creduto prima di noi nella nostra parte migliore?

Quando abbiamo incrociato queste “persone del futuro”, non ci siamo forse sentiti attirati (più che spinti) a fare del nostro meglio? Forse questo, oggi, potrebbe essere il nostro sogno di educatori: saperci collocare nel futuro, con entrambi i piedi e avere la fortuna di attirare al meglio. Perché Oltre l’oggi, c’è l’Infinito che attende di essere abitato. Da noi.

[Foto Alessandro Gregnanin]

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