Amici o Fratelli?

di Laura Bellomi

@laurabellomi

 

Quella volta in cui pioveva a dirotto e il frate ci ha fatto dormire in canonica o quando, al nostro ingresso, la Comunità capi ha allargato il cerchio sorridendo. Ma anche quando in hike abbiamo dovuto bussare a tante porte prima che qualcuno aprisse e, ancora, quella volta in cui il custode dell’oratorio ci ha lasciato fuori dalla sede perché… avremmo dovuto ricordarci le chiavi.
Dici accoglienza e pensi subito ai migranti. Poi però ti fermi e capisci che ciascuno di noi vive le proprie “piccole accoglienze”. Certo, ci sono condizioni ben più drammatiche e bisogna fare le debite proporzioni, ma – per certi aspetti – siamo tutti sulla stessa barca. Accolti, appunto, prima ancora che chiamati all’accoglienza. Proprio come i migranti di ogni epoca, Paese e religione che vediamo in questa copertina di Pe. Siamo in piazza San Pietro, in Vaticano, e sul monumento dell’artista Timothy Schmalz che papa Francesco ha simbolicamente posizionato al “centro della Chiesa”, ci siamo anche noi. Perché l’essere accolti e, alle volte, rifiutati, è un’esperienza universale, profondamente umana, che ci conferma nell’amore e crea in noi i presupposti per guardare al mondo con fiducia e disponibilità.
Noterete che fra i migranti del monumento spuntano delle ali. «Non dimenticate l’ospitalità: alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo», dice la lettera agli Ebrei (13,2). È successo ad Abramo, che alle querce di Mamre accolse tre stranieri poi rivelatisi messaggeri di Dio, succede ogni volta che ci accostiamo all’altro curiosi di conoscere la sua storia.
A un anno dal documento La scelta di accogliere, approvato all’unanimità dal Consiglio generale 2019 (da leggere e rileggere, per la chiarezza con cui indica la nostra posizione), e in un contesto sociale in cui l’immigrazione è ancora percepita innanzitutto come un problema, abbiamo sentito l’esigenza di tenere alta l’attenzione sul tema. Così abbiamo incontrato don Gino Rigoldi, maestro di accoglienza, che ha dedicato la sua vita ai giovani (sì, è lo stesso a cui Jovanotti ha dedicato la canzone “Una volta don Gino”). Raccontandoci la sua esperienza di cappellano del Carcere minorile Beccaria di Milano, don Gino ci ha indicato alcune “condizioni” per accogliere l’altro. Servono preparazione – non ci si improvvisa educatori -, compassione, un patto e una comunità (ci ricorda qualcosa?). Perché anche nell’accoglienza i fallimenti sono inevitabili e solo con uno sguardo che contempla più punti di vista, si può andare avanti.
Non piace a nessuno ammettere di avere toppato, ma i primi a doverci accogliere, anche nelle nostre debolezze, siamo proprio noi. Alzi la mano chi non ha mai tentato di schivare la richiesta di un rover – «Proprio ora, domani ho l’esame» – o chiuso un occhio per non vedere le difficoltà di un compagno di Comunità capi? E poi ci sono le paure, più o meno inconfessate. I sondaggi (Ipsos 2019, ad esempio) dicono che cresce il numero dei cattolici che appoggiano una politica ostile agli immigrati. È presumibile, perlomeno per statistica, che tra questi elettori ci siano anche scout. Non è difficile rimanere frastornati e sentirsi impotenti davanti alla cronaca della supposta “invasione dei migranti”. Occhio, però, gira molta informazione faziosa. Ce lo ricorda il sociologo Pietro Piro («Ha più paura chi vive in una bolla di pregiudizio», pag. 12) e ce ne dà testimonianza la Chiesa, che in questi anni ha invece investito energie e visione ricordandoci che l’accoglienza è la nostra chiamata.
Accogliere sì o no, come, quando, perché? L’abbiamo chiesto a don Gianni De Robertis, direttore di Fondazione Migrantes (pag. 14): «Scegliamo per amore, operiamo concretamente e facciamoci sentire: la solidarietà personale non basta, bisogna chiedere politiche adeguate». Ricordate il primo viaggio apostolico di Francesco? Lampedusa, 8 luglio 2013. Il Papa è andato a incontrare i migranti e ha pregato con e per loro. Poi ha chiesto a tutti di fare altrettanto. Sia questo il nostro stile, anche nell’accoglienza: non fare un comunicato ma comunicare che si è fatto qualcosa. Una base scout dedicata all’accoglienza? Attività aperte a chi, anche solo una volta, potrebbe giocare con noi? E poi sì, come ci incoraggia la Chiesa, facciamoci sentire perchè umanità e giustizia siano sempre le priorità del vivere comune. Nel numero raccontiamo anche dei tanti Gruppi che, in tutta Italia, stanno facendo del loro meglio per l’accoglienza (p. 18, sono tantissimi!) per lasciare poi spazio ad alcune storie di accoglienza nella quotidianità, in Coca e con i ragazzi.
Un ultimo spunto: «La Guida e lo Scout sono amici di tutti e fratelli di ogni altra Guida e Scout». Amici o fratelli di tutti? Ce lo faceva già notare sullo scorso numero don Mattia Ferrari. E se lo scarto fosse proprio lì? Lo scautismo ci lega in maniera quasi istintiva ma nell’amore di Dio, che per primi ci ama senza distinzioni di uniformi, possiamo essere tutti fratelli.

[Foto di Andrea Proto]

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