Welcome to the jungle!

 

Benvenuti nella giungla della precarietà, tra speculazioni finanziarie e disuguaglianze, contratti senza tutele e scadenze continue. Al nostro fianco non c’è quel mattacchione di Fratel Bigio, ma belve feroci allevate alla competitività, che sembrano conoscere una sola parola maestra: «Stay Hungry! Stay Foolish!».

Se si vuole sopravvivere in questa giungla, è fondamentale imparare presto a riconoscere i suoi rumori: i ronzii delle esternalizzazioni, il ruggito delle ristrutturazioni, lo schioccare dei trasferimenti, il tonfo degli stage non pagati, il verso dei licenziamenti e dei mancati rinnovi… in questa giungla vige una sola legge: il profitto.

Una grossa azienda manda a casa centinaia di lavoratori e un influente politico commenta: «I sindacati sono obsoleti, ognuno si metta l’elmetto e rappresenti se stesso». Il migliore inganno della contemporaneità: l’idea che ci si possa salvare da soli. Magari cullati dall’illusione che tutti si parta dalle stesse condizioni, dotati degli stessi talenti e delle stesse opportunità. Una retorica individualista, propagandata da anni, che fa pensare a tutti di “potercela fare”, dando botte di “fannulloni” o “schizzinosi” a chi resta fuori, generando frustrazione e stanchezza in chi resta fuori a lottare, da solo con il suo elmetto, contro i mulini a vento. Sembra essersi realizzata la distopia di una società dove ognuno possa muoversi a suo agio, che però favorisce in pratica i più dotati e i più fortunati, dove gli ultimi devono restare tali per non ostacolare la libertà dei colti, dei ricchi e dei potenti.

A tal proposito, Papa Francesco non ci gira intorno: «Viviamo nell’epoca della globalizzazione dell’indifferenza. L’idolatria del denaro ha portato ad accettare un sistema finanziario che produce scarti, esclude e uccide ogni giorno».

Ma gli anatemi contro il neoliberismo del Vescovo di Roma, come quelli di chi lo ha preceduto, non sembrano in alcun modo intaccare il sistema e, totalmente incapace di governare questo processo, la politica sembra essersi rassegnata allo status quo.

A lavori precari corrispondono esistenze precarie, per sopravvivere corriamo sempre più veloce, assistiamo a scenari sempre nuovi e a volte spettacolari. “Finché funziona”, in questa giungla ci sembra di stare bene. Qui non ci si ferma mai, ci è difficile parlare, quasi impossibile pensare, ma anche se intorno a noi qualcuno ogni tanto sta male (perché il cuore non regge al ritmo o l’anima è sopraffatta dall’angoscia) è chiaro che ci sentiamo dei privilegiati. Fuori da questa giungla, infatti, c’è una massa enorme di persone che muore di fame e preme per entrare a lottare insieme a noi per sopravvivere in questa selva.

Se questo è il contesto, che margini abbiamo, come capi, per educare i ragazzi come profeticamente indicato dal Patto Associativo, «in senso alternativo a modelli di comportamento come il mito del successo ad ogni costo, che si traduce spesso in competitività esasperata»?

In tutto questo, circolano articoli che lodano la capacità dello scautismo di sfornare “leader”, soggetti adatti a essere la futura “classe dirigente”. Pensiamo davvero che sia un motivo di orgoglio, il fatto che gli scout siano visti come una realtà adatta a sfornare soggetti perfettamente conformi a questo sistema?

Per merito di chi ci ha preceduto, abbiamo un Patto Associativo che può restituirci alcuni riferimenti solidi per orientarci nella ricerca di nuovi sentieri per liberare degli spazi di umanità e vivibilità in questa giungla.

Alcuni spunti? Iniziamo con il rifiutare l’efficientismo e la pedagogia della prestazione e del risultato, facendo più attenzione ai processi e all’educazione non emarginante, anche così testimoniamo un modello alternativo e controcorrente. Rifiutiamo la competizione come strumento per raggiungere la propria felicità, a partire dalle dinamiche dei giochi in branco. Se la precarietà ci spinge all’isolamento, “la forza del lupo è nel branco” e le comunità capi nascono proprio per questo: affrontare insieme difficoltà che singolarmente non sarebbero sostenibili. Rimettiamo al centro delle nostre scelte le persone e le relazioni, la loro qualità e la loro concretezza, contro il mito del denaro, dell’affermazione individuale e del successo che ci isola e ci allontana nella promessa di future gioie che spesso non arriveranno, nonostante i continui sacrifici.

Apriamo le porte delle nostre comunità, facciamoci conoscere sul territorio e scopriremo che il nostro sguardo è ancora condiviso e contagioso. Come scriveva Calvino nelle “Città invisibili”, nell’inferno in cui viviamo ci sono due modi per non soffrire. Accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più, oppure, disposti a rischiare e imparare a rinnovare continuamente il nostro sguardo: «Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Non lasciamoci attrarre dai “profeti di sventura”, non chiudiamoci nelle nostre sedi con i nostri “elmetti”, impariamo a fare rete con chi condivide il nostro sguardo, lasciamoci contagiare. Forse non cambieremo il mondo, consapevoli di rappresentare una minoranza, sicuramente però avremo migliorato la nostra vita, quella di chi ci sta intorno, delle comunità e dei territori in cui viviamo, perché anche se ci vogliono isolati sappiamo che non si può essere autenticamente felici se non in relazione con gli altri.

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