Quale bellezza salverà il mondo

Cos’è la bellezza (non si può dire) 

Per parlare di bellezza bisogna stare in un posto. Un posto fisico, intendo. Un luogo in cui siamo – o siamo stati – e un’occasione, anche, che consideriamo preziosi e unici. Uno spazio in cui fermarsi e da cui guardarsi intorno. Ci si può stare pure con il pensiero, ricorrere con la memoria al luogo in cui si è fatta esperienza della bellezza. Ad esempio: una valle che si distende, a perdita d’occhio, raggiunta la vetta di un monte; perfino la strada lasciata alle spalle e che tanto sudore è costata; o il prato sul quale, molti anni or sono, si è cacciata con Kaa la prima preda; lo stesso prato su cui, non molto tempo dopo, un grande fuoco illuminava il cerchio di reparto: valeva la pena aver trascorso il pomeriggio a recuperare legna secca.  

Il metodo scout mi ha trasmesso un sapere che ora sto intuendo meglio: non c’è bellezza che non venga dalla fatica e non c’è fatica che non sia gioco felice. Lo scautismo è una palestra in cui si affinano i sensi (incluso il “sesto”, il senso interiore) a cogliere la bellezza, ad assaporarla e a farne tesoro. 

Ora che scrivo, giuro non è per farvi invidia, mi trovo davanti al cosiddetto chilometro più bello d’Italia: definizione che, peraltro, D’Annunzio non ha mai espresso, ma mai bufala fu più vera. Quasi sembra di poter toccare l’Etna, innevata e sempre fumante, di poterla raggiungere in pochi passi, non fosse per questo corridoio di mare che si chiama Stretto. Credo di non esagerare: se adesso posso goderne così è perché lo scautismo mi ha insegnato a gustare, particolare per particolare, l’insieme, a viverlo in una dimensione che devo per forza dire spirituale. Ma questo panorama sarebbe nulla o poco più, senza la strada nebbiosa e piovosa ad una vecchia uscita, quando finalmente finimmo spalla a spalla in una stanza troppo piccola per quanti eravamo (bisognava cambiarsi muovendosi come a Tetris), ma calda e perciò bellissima, chiaramente un annuncio di Paradiso. Grazie alla stanza piccolissima di una vecchia uscita, posso vedere in questo scenario dello Stretto anche ciò che non si può vedere, ma “sapere dentro”. 

 

Un educatore sa: non c’è bellezza senza bruttezza (e viceversa, s’intende)  

Tra poche ore sarò in un posto oggettivamente brutto, pochi chilometri da qui, dove molte persone vivono forzatamente. Cos’ha a che fare la bellezza di adesso con la bruttezza con cui avrò a che fare a breve? Questa è, come capo ed educatore, una domanda da cui non posso e non devo sfuggire. La bellezza di ora e la bruttezza da qui a poco sono, l’una senza l’altra, solo una mezza verità. Cosa c’entrano l’una con l’altra? Come possono parlarsi? 

Una domanda che ho evaso per tanto tempo, ritenendo che fosse sufficiente ed efficace osservare e fare osservare ciò che è bello. Questo è un impiego parziale del metodo e dei suoi strumenti, un discorso lasciato a metà sulla vita stessa. Riconoscere il 5% di buono (e bello, per gli antichi greci e per gli scout buono e bello sono la stessa cosa) è il primo passo verso quel 95% che buono e bello non è, ma che deve aprirsi alla possibilità di esserlo. Dare spazio a quella piccola percentuale di bene significa contagiare il resto. Ma ciò può accadere solo se si posa sul 5% uno sguardo già intenzionalmente rivolto al 95%.  

Don Lorenzo Milani spiega benissimo questo, quando dice che bisogna interessarsi non a quello che un educatore deve fare, ma a come un educatore deve essere. Ai tempi dell’educazione performativa (la questione riguarda anche lo scautismo) che ha come riferimento l’eccellenza, la leadership, la managerialità, torna rivoluzionario dire che l’educazione e la formazione non sono fatte di cause ed effetti, di meccanismi ad incastro, ma di uno sguardo compassionevole che guarda innanzitutto a ciò che è rimasto dietro. Lo sguardo del Bel Pastore. In una città è rimasta dietro una grande periferia, il cubo di calcestruzzo al quale torna la brava guida dopo la bella riunione: “La vera avventura è trovarci qualcosa di buono, in un posto così”; in una persona rimane dietro tutto ciò che non va bene, del resto è il problema del bravo lupetto che rincasa da scuola: “ Anche per oggi la sufficienza la prendo domani”.  

L’esperienza ci dice che quel che non va bene è sempre più di quel che va bene: riconoscere nel buio pesto la bellezza è l’occasione per aprirsi alla possibilità che tutto diventi bello. Rubare terreno ai rovi, spazio al cemento. Questa è anche la dimensione politica dell’educazione, la verità sostanziale di un progetto educativo.  

Anche se si è vinta la sfida di riconoscere la piccola percentuale di bene che abita in una persona, a volte si rischia di stare lì a consolarsi con questo, a cullare il 5%. Papa Francesco lo dice chiaramente, precisando che, confortati dall’aver trovato la pecorella smarrita, abbiamo creduto fosse sufficiente. Dove sono le altre 99? Si sono perse loro, adesso. Andiamo a cercarle! Andiamo a cercare il 95% di bruttezza che non interessa a nessuno! Bisogna volergli davvero bene al 95% per cambiarlo un po’.  

Qual è la ricetta? Non esiste. La ricetta è strettamente in relazione al territorio, alle relazioni vere e non da manuale, alle fragilità e alle risorse nel loro particolare. Una ricetta che un capo può recuperare, di volta in volta, facendo le domande giuste, entrando piedi/cuore/testa/mani (p. Fabrizio Valletti docet, vedi il numero 4/2016 di PE) in una realtà. È necessario mettere in relazione la bellezza con la bruttezza, farle respirare entrambe, consentire così alla bellezza di restare rivoluzionaria e alla bruttezza di desiderare di cambiare. 

 

Una domanda (nella sua risposta) 

A furia di rammentare che “la bellezza salverà il mondo” ho tante volte dimenticato il contesto in cui Dostoevskij fa accadere questa frase. C’è un uomo prossimo alla morte, forse cinico e senz’altro sofferente, che provocatoriamente chiede: “Quale bellezza salverà il mondo?”. Una lettera pastorale del Cardinale Martini parte da qui in un’esplorazione meravigliosa e da meditare assolutamente. La richiesta raccoglie in sé il bisogno di senso di tutta l’esistenza. Una richiesta disperata se guardiamo al contesto omologante e selettivo in cui viviamo come capi e in cui maturano le ragazze e i ragazzi. Ma piena di significato nell’ambiente felice delle nostre unità, dove è l’esperienza della comunità, del servizio.   

Per una comunità capi questa è una domanda veramente politica e profondamente spirituale. Alla fiamma di questa domanda ciascun capo può accendere la lanterna di senso della propria azione educativa. Quale bellezza salverà il mondo? Ask the boy!  

Sia il ragazzo a trovare la sua risposta. E se avremo sollecitato la domanda molto fuori dalla sede, attraverso le esperienze e non attraverso le attività (c’è tra esperienza ed attività la stessa differenza che esiste tra leggere un libro e leggerne soltanto l’indice), se l’avremo fatto in modo intenzionale e volto a riconoscere la bruttezza e a convertirla in bene, allora la risposta potrà essere bella: cioè di giustizia, etica.    

Ancora Papa Francesco sollecita, nella sua Evangelii gaudium, a prestare particolare attenzione alla “via della bellezza”. Siamo molto fortunati ad avere questa “via della bellezza” codificata in un metodo, arricchita dalla chance di viverla in comunità, ma occorre viverla rischiando ben oltre i soliti schemi o le rassicuranti tradizioni, lontano anni luce dalle comode liturgie delle riunioni, perfino dalle attività ben preparate nei tempi e negli strumenti, dove però tutto sa troppo di simulazione. È percorrendo questa “via della bellezza” che, passo passo, continua a porsi la domanda quale bellezza salverà il mondo? Questo percorso chiamiamo progressione personale e parla la lingua del gioco, dell’avventura, del servizio. 

 

Sì, ma come si riconosce (la Bellezza)  

 

Ad un certo punto la bellezza ti attraversa, come una folgore, perché sei sulla sua strada, anche se ti credevi al buio. Ma c’eri veramente, tenendo insieme il bello e il brutto. Capitò così anche a quei due che si sentivano disperati, sulla strada di Emmaus, che a un certo punto capirono tutto. Non ci ardeva forse il cuore” mentre sentivamo parlare della Bellezza? La riconobbero perché ne avevano fatto esperienza, ci avevano camminato dentro. Quella fiammella ha acceso il mondo. Ecco la Bellezza che salva, la strada più divertente di tutte.

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