Fermati e pensa!

per rispondere in modo saggio a una società che ci ha insegnato a definirci attraverso le scelte di consumo

 

Parlavo con un amico della delusione di aver visto un bel matrimonio di comuni amici sfaldarsi senza nessun particolare motivo dopo qualche anno (e due figli). Ne parlavamo una sera d’estate, senza troppe pretese e lui, che non è uno scout né un cattolico praticante se n’è uscito con una di quelle cose che ti fanno infuriare, ma riflettere: “Si, ma perché l’amore eterno è come la democrazia matura, un bel sogno irrealizzabile che dopo un po’ si consuma”.

Ma ci pensate a quanto perda di valore una promessa di fedeltà se fatta solo “finchè non si esaurisce la carica”, o “per un bel po’” ?!! Cosa siamo diventati, pile alcaline?

 

Il consumo è la caratteristica più evidente del nostro stare sul pianeta tra ‘900 e 2000. Consumiamo di tutto, persino l’aria che ci permette di respirare, e senza troppi rimorsi. Consumiamo il tempo (che si è puntinizzato, ridotto al solo immediato), le materie prime (e alcune già scarseggiano), ma il motivo della mia rabbia di quella sera d’estate è che ormai consideriamo normale consumare anche le persone, e i flussi della loro speranza. Si ha cioè sempre più spesso la sensazione che l’economia dello spreco abbia contaminato persino le relazioni, che son diventate “connessioni”, a detta di Baumann.

 

Dice, sempre lui, il filosofo, che siccome viviamo nella società dei consumatori, il cui valore supremo è il diritto/obbligo alla ‘ricerca della felicità’ istantanea e perpetua, abbiamo trasformato tutto in merce. Anche il nostro tempo, anche noi stessi. Anche il nostro viver comune, tutto da rottamare.

 

E il paradosso è che per quelli che non hanno più la sensazione di poter consumare altro gli uomini del marketing han già pronte le nuove leve per l’induzione dei bisogni e i direttori di produzione sono pronti ad accorciare ancora di più la vita media dei nostri oggetti.

 

Grazie a loro mia zia l’altro giorno s’è convinta di aver bisogno di un nuovo telefono, visto che quello di un anno fa è ormai esausto, sfiancato dalle centinaia di migliaia di foto dei nipoti stipate in un aggeggio che viene usato per 1/10 delle sue potenzialità. L’obsolescenza programmata è materia di studio come le altre, all’Università e non è grave in sè, per quanto ai maschi possa sembrare folle che una gonna di un magazzino di fast fashion venga cambiata due volte la settimana perché destinata ad essere indossata giusto qualche volta. No, un po’ grave lo è.

 

Ma se questo è il paradigma, se la nostra economia della sostituzione continua se ne frega del ciclo di vita dei prodotti, delle miniere di coltan come delle discariche incenerite, se il consumismo mi obbliga a vivere in una società liquido-postmoderna che fa della frenesia da upgrade il suo vitello grasso, allora vale ancora e tanto il “fermati e pensa” che m’insegnò Rita, la mia capo clan.

 

Al tempo non lo facevo così di frequente, ma se mi fermo a pensare ho la netta sensazione che lo scopo di tutto questo circo non sia nemmeno più la soddisfazione dei miei desideri quanto il loro accatastarsi uno sopra l’altro. Come le marmellatine per il formaggio che ho in frigo, tutte scadute.

 

Baumann è più pessimista di me (o forse solo più saggio) e dice che rispetto ai nostri antenati noi siamo più infelici: più alienati, isolati, spesso vessati, costretti a prendere parte a una competizione grottesca per la visibilità. Anche in famiglia, anche nelle comunità.

 

Eppure io il margine lo vedo ancora. Prendi i social network: io pure sono ormai sempre più convinto che con le loro lusinghe al mio ego stiano esagerando, ma non riesco a sentirmene vittima sacrificale. Il supremo gesto di sovrana libertà, la disconnessione, è ancora nelle mie mani. Così come nella mia testa c’è la possibilità di raffinare la connessione sino al punto di usarli e non di esserne usato.

 

Oppure prendi l’economia digitale (la chiamano gig economy), che per certi versi è il paradigma del consumismo moderno perché ha atomizzato a tal punto le componenti del percorso metabolico da includerci anche il lavoro delle persone, precario, ma soprattutto on demand. Io non sono obbligato a servirmi del servizio di pizza a domicilio che paga i suoi dipendenti coi voucher. Nè dal mercato nè dalla Legge. Al contrario potrei inventarmi una piattaforma per l’e-commerce che rivisiti il concetto del mutualismo e della cooperazione di piattaforma (c’è già, si chiama fairmondo.de). Oppure un algoritmo che mi permetta di selezionare le performance dei principali fondi etici in giro per il mondo e che li reinveste in un sistema cooperativo (anche questa c’è già, si chiama robinhoodcoop.org).
Accadde lo stesso sul finire degli anni ‘90, quando il commercio equo si stava facendo largo nel mercato di massa e usava uno slogan che mi è rimasto appiccicato addosso da allora: “siate consum-attori”, diceva. Un consum-attore si distingue dal consumatore soprattutto per la sua straordinaria libertà, per la sua capacità di scegliere in base ai mille criteri che ha stabilito la sera prima di dormire o chiacchierando con sua moglie.

Che se ci stai insieme per sempre devi pur trovare qualcosa da dirle.

 

Vi sareste mai immaginati che una nicchia così ristretta come i vegetariani avrebbe convinto il mercato della grande distribuzione a dedicar loro una intera linea di produzione? A prenderli tutti insieme nel 2016 sono il 7% dei clienti potenziali.

 

A me di quello slogan del commercio equo è sempre piaciuta l’idea che non si dovesse completamente rinnegare il contesto in cui viviamo, ma che si potesse scegliere di viverci dentro criticamente, sapendo distinguere il caffè del commercio equo da quello della multinazionale, ma pure saper scegliere quello che genuinamente valorizza il processo da quello che invece soddisfa solo una tendenza con un prodotto.

 

Rispondere cioè ad una società che ci ha insegnato a definirci attraverso le scelte di consumo, i brand da abitare, le abitudini cui conformarci con scelte, abitudini e stili che rinneghino la legge del consumo e al centro ci mettano invece le persone e il loro ambiente, non le performance del Nasdaq.

 

Box –Cambuse critiche

Per testimoniare l’impegno degli scout sul consumo critico è attivo il progetto Cambuse Critiche. Aiuta i gruppi ad organizzare le cambuse per i campi estivi facendo attenzione all’ambiente e al sociale. Cambiare i prodotti che mangiamo durante i campi è un primo passo per divenire consumatori attivi. Dalla loro esperienza è nato anche un libro (http://altreconomia.it/prodotto/cambuse-critiche/). Info su: https://www.facebook.com/cambusecritichescout/

 

@marcogallicani

[foto di Dario Cancian]

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