A corpo libero

Sentire di avere un corpo, seguire la mappa che ci porta alla sua conoscenza, intuire la trama che ci trascende e ci mette in relazione con gli altri facendo affiorare emozioni, percezioni, profondità.

 

Questo il tema centrale del seminario “A corpo libero” che ha visto coinvolti gli incaricati regionali alle Branche, i Settori, gli ICM e la Formazione Capi il 28 gennaio a Roma, presso l’Oratorio San Paolo.

 

Un seminario che rappresenta il secondo appuntamento dedicato al tema, dopo quello del gennaio 2016 in cui, con il contributo del prof. Alberto Pellai e del prof. Marco Deriu, erano stati affrontati i temi dell’educazione all’affettività e alla sessualità e delle trasformazioni della società sulle questioni di genere. Appuntamenti che si inseriscono nella più ampia riflessione che stanno conducendo l’Area Metodo e la Formazione Capi sul tema della coeducazione–educazione all’affettività, in seguito ad alcune recenti mozioni del Consiglio Generale.

 

Il seminario si è aperto con il contributo, in plenaria, di Stefano Costa, neuropsichiatra infantile e capo e formatore in Associazione, che ha raccontato come vi sia unità tra corpo e mente e sottolineato come in quanto educatori siamo chiamati a prestare attenzione ad alcuni aspetti quali:

 

  • Alfabetizzazione emotiva, ovvero aiutare i bambini e i ragazzi a dare un nome alle emozioni che provano, rispettandone la complessità anche in termini di linguaggio e dunque non solo “sto male/sto bene”, ma nello specifico “rabbia, vergogna, paura, gioia, soddisfazione”.
  • Limite, che non può prescindere dall’accettazione di sé, altrimenti la discrepanza tra ideale e reale (tra ciò vorrei essere e ciò che sono) porta a deficit di autostima.
  • Significato della fatica, del sudore come espressione dell’impegno e della costanza, del poter dare aiuto e riceverlo, del potersi sperimentare all’interno di una comunità che cammina al mio fianco.
  • Rispetto dei ritmi naturali, prestiamo attenzione agli orari al campo, il rispetto dei ritmi porta a una “igiene” della vita.
  • Quali sono le vere cose belle? Occorre insegnare a vedere oltre le apparenze e le mode quali sono le vere cose belle della vita, a vedere dietro comportamenti trasgressivi o all’omologazione il rischio della non accettazione del proprio essere e della ricerca di qualcosa che non si è e che non serve, che una volta raggiunto ti lascia vuoto a discapito della più faticosa, ma preziosa, ricerca di ciò che davvero rende felici.
  • Autonomia e rispetto, chiedere ai ragazzi obiettivi impegnativi ma raggiungibili, proporre sfide alla giusta portata, non sterili prove di forza, ma cammini il più possibile condivisi con attenzione al protagonismo dei singoli.

 

 

Subito dopo, i capi hanno potuto scegliere uno tra i 7 laboratori proposti, ognuno con un focus specifico. Un corpo che, talvolta indefinito, lascia scoprire la sua armonia e la sua bellezza. Un corpo che ha la sua saggezza, parla e ci parla, senza parole. Un corpo come lavagna su cui segnare ferite, conquiste, legami. Un corpo malato, che chiede cura e amore. Un corpo sano che può crescere, mantenersi e rigenerarsi. Corpi maschili e femminili che sanno vivere e orientare le proprie pulsioni. Corpi esposti, in mostra, per dire chi siamo e che esistiamo.

Un alfabeto emotivo da imparare, il nostro essere fragili e preziose creature, a immagine di Dio.

 

 

Dopo una sintesi mimata del risultato dei laboratori, è stato il turno di Padre Roberto Del Riccio, gesuita, Rettore del Pontificio Seminario Campano Interregionale, AE CFA e nello staff nazionale dei Cantieri di Catechesi. Padre Roberto ha condotto un intervento dal titolo “L’incarnazione: Dio si fa corpo?”, che è iniziato con alcune domande: cosa vede Dio del corpo? Qual è il punto di vista di Dio? Dove mettiamo l’anima? Una delle risposte è stata che nella fede cristiana il corpo non è luogo di eventi senza importanza.

 

Padre Roberto ha poi spiegato come al posto della contrapposizione tra parte materiale e parte spirituale, è più giusto contrapporre l’uomo ripiegato su se stesso (nel peccato) e l’uomo aperto alla relazione con Dio.

 

Il punto di approdo del suo intervento è che l’uomo perfetto è la mescolanza dell’anima con la carne, plasmata a immagine di Dio. Siamo pertanto chiamati a sentirci corpo, a farci corpo, abitando il corpo come con-tatto, come appartenenza, come dono. Sii ciò per cui ti ho fatto, ci chiede il Signore.

 

Valeria Leone

foto di Marco Dondero

 

 

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